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Docenti e carriera

All’inizio dell’estate alcuni parlamentari “illuminati” della maggioranza si sono messi al lavoro per risollevare le sorti degli insegnanti italiani ed hanno proposto due leggi per uno “Statuto dei diritti degli Insegnanti”.


Il titolo è oltremodo ingannevole in quanto le proposte di legge, di fatto identiche, in realtà contengono una definizione del ruolo e della funzione docente, ne segnano i limiti dell’azione e propongono di avviare una delimitazione degli ambiti di esercizio della “liberta d’insegnamento” in relazione agli Organi Collegiali e alle competenze del Dirigente Scolastico.


L’obiettivo centrale delle due proposte di legge consiste nel voler costruire una carriera per i docenti in tre fasce di merito. Esplicitamente è detto che per passare da una fascia all’altra gli insegnanti saranno sottoposti ad una valutazione della prestazione professionale.


I limiti della proposta sono molteplici: intanto appare poco credibile ed incoerente che a pochi mesi dalla sottoscrizione, da parte del governo, del contratto della scuola, con il quale è stato consegnato a sindacati ed Aran lo studio e la definizione di ipotesi di carriera per i docenti, quello stesso governo voglia procedere per via legislativa sulla stessa materia. L’impressione che se ne ricava è che, o nella maggioranza di governo ognuno va per proprio conto, oppure si vuole sconfessare quanto appena sottoscritto: nell’uno e nell’altro caso le preoccupazioni sono legittime anche da parte nostra che pure quel contratto non l’abbiamo firmato e che non saremmo, in linea di principio, contrari a percorrere la via legislativa sulle questioni legate allo stato giuridico degli insegnanti.


Nel merito della proposta di carriera in tre fasce, è necessario capire che le intenzioni non dichiarate, ma evidenti, sono di procedere sulla strada della diversificazione retributiva tra i docenti, non più per effetto di automatismi contrattuali e di anzianità, ma sulla base di una valutazione della prestazione professionale.
Questo tipo di scelta consentirebbe al governo di controllare la spesa per il personale e probabilmente di procedere, attraverso una gestione accurata del meccanismo, ad una progressiva riduzione della stessa spesa.


Nella misura in cui poi alle fasce di merito dovessero seguire scelte di riduzione degli attuali percorsi di anzianità, avremmo un appiattimento considerevole nella retribuzione della fascia centrale, con la negazione in concreto di ciò che si vorrebbe perseguire in termini di principio.


Come non ipotizzare infatti che sarà piccola e di durata breve (2-3 anni) la prima fascia (il docente tirocinante), il nome stesso ne disegna le caratteristiche; così come appare assai probabile che la fascia finale (il docente esperto) sia piuttosto ridotta; si tratta in definitiva dell’ultimo passaggio di carriera, il più alto, è legittimo pensare dunque che vi arrivino in pochi, dopo una rigorosa selezione. Il ragionamento ci porta ad una fascia intermedia (del docente ordinario) nella quale verrebbe collocata la stragrande maggioranza dei docenti italiani.


Se le ipotesi che abbiamo avanzato sono credibili e tutto lascia intendere che così sarà, ci resta da capire quali benefici reali deriverebbero alla categoria da una operazione di questo tipo e perché chi la rappresenta dovrebbe accettarla.


Entrambe le proposte legislative si presentano come “leggi cornice” che ben poco dicono oltre i principi generali, rimandando a successivi decreti di attuazione la definizione di questioni di non poco conto, come ad esempio la mancata determinazione della quantità di personale da assegnare ad ognuna delle tre fasce, la mancata precisazione dei costi finanziari della diversificazione retributiva conseguente all’attribuzione della posizione di merito, la mancanza assoluta di indicazioni sulle modalità, luoghi e tempi della valutazione in funzione della progressione di carriera, la mancata indicazione, anche solo per cenni, dei soggetti abilitati a valutare i docenti e su che cosa.


Ma le due proposte di legge contengono anche alcune pretese che lasciano alquanto perplessi come quella di voler dare cittadinanza e ruolo ufficiale alle Associazioni professionali. Non che la pretesa non sia legittima, il problema sta nel volerlo fare prescindendo da ogni logica e dal buon senso, ma soprattutto dalla reale consistenza, capacità di rappresentanza e consenso di quelle stesse Associazioni.

Ciò che più colpisce è che per esse (le Associazioni) il requisito sufficiente per l’ammissione ad un tavolo di confronto dovrebbe essere solo quello della “esistenza in vita”, poco interessando al egislatore che abbiano cento iscritti o cinquantamila.


Non è difficile ipotizzare una proliferazione oltre misura di queste associazioni, e per lo stesso governo una quantità incredibile di interlocutori, ma è davvero questa la strada che la politica vuole intraprendere?


Non possiamo amaramente non considerare che quando la democrazia è vissuta con fastidio si può dar peso a chi dice al potente di turno le cose che egli vuole sentirsi dire, poco importando che quelle stesse cose non abbiano consenso alcuno tra quelli a nome dei quali si parla.


Ci sono in verità, nei testi di legge, anche alcune proposte interessanti, che ci paiono tratte pari pari dagli obiettivi che abbiamo indicato in questi anni.


La separazione delle aree di contrattazione, la costituzione di organismi di autogoverno dei docenti, l’abolizione delle RSU di scuola. Obiettivi storici della GILDA, sui quali abbiamo ragionato assiduamente, ma che meritano prima di andare a definizione ulteriori approfondimenti.


Sulla separazione delle aree di contrattazione non c'è chi non veda come sia divenuto ormai un obiettivo assolutamente improrogabile: gli esiti delle contrattazioni sono sempre più legate a logiche di compatibilità e compromesso che producono risultati di mortificazione evidente per le categorie rappresentate.


Lo stesso essere insieme, docenti ed ATA in un unico contratto appare come un’anomalia con poche, credibili giustificazioni.


Ma la separazione delle aree di contrattazione e l’abolizione delle RSU di scuola più che legate ad una legge sullo stato giuridico dovrebbero appartenere ad una legge che riscriva le regole della rappresentanza sindacale e il sistema dei contratti, che affronti tutte le problematiche connesse a tali temi, non crei vuoti pericolosi e soprattutto non determini squilibri nei sistemi di rappresentanza.


Una questione ci preoccupa particolarmente ed è quella legata ad un evidente allargamento dei poteri dei capi di Istituto dentro le scuole in concomitanza con l’idea di abolire le RSU. Il tentativo è già stato fatto in sede di contratto e in quella sede unitariamente è stato respinto.


Siamo convinti che in materia di scuola il sistema delle regole della rappresentanza sindacale e il sistema di governo delle scuole con ruoli, competenze e funzioni di ognuno debbano essere riscritti insieme, non possano essere affrontati con il sistema del puzzle.


Soprattutto crediamo che le regole vadano riformulate attraverso un confronto sereno e fermo con le organizzazioni attualmente rappresentative, prescindere dal quale significa semplicemente condannare all’insuccesso i tentativi che si stanno facendo e un fallimento su questi fronti ora significherebbe un definitivo fallimento dell’intero progetto.


L’altro limite di questa proposta di legge è che si tratta dell’ennesima delega: l’intenzione è quella di fare intanto il quadro e poi nelle segrete stanze alcuni illuminatissimi personaggi, che di scuola sanno tutto, se non altro per averla frequentata da studenti o esserci passati davanti di recente, produrranno meccanismi e commissioni, prove e tempi, stabiliranno i premi per i più bravi.


Se non fosse che già qualcosa su questo fronte abbiamo vissuto e non avessimo la sensazione di trovarci davanti alla stessa cosa con un percorso diverso saremmo anche tentati di scansare l’ironia e di prendere sul serio le ipotesi legislative.

Alessandro Ameli

10 settembre 2003