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IL MOBBING PSICOSOCIALE
di Alessandra Menelao
Fonte: www.vertici.com
INTRODUZIONE
In questi ultimi anni il mondo del lavoro ha subito numerose trasformazioni:
con l'avvento della società industriale e post-industriale il lavoro ha assunto
caratteristiche di maggior umanizzazione, inoltre l'economia del nostro paese e
del mondo occidentale sta andando sempre più verso modelli di liberismo forte
dove la "tecnologia" sta acquisendo ritmi sempre più incalzanti tale da produrre
cambiamenti strutturali nel mercato del lavoro. Queste novità hanno cambiato
molte cose insieme ad altri fattori decisivi per lo stile di vita e di lavoro
delle persone.
Il mondo lavorativo non è più quello studiato da Taylor agli inizi del secolo.
Recentemente De Masi ha affermato che: "la sincronizzazione del lavoro e l'unità
di tempo e di luogo lavorativo non corrispondono più ad esigenze produttive e
individuali". Il mondo della produzione si sta evolvendo: il telelavoro, la
new-economy hanno evidenziato la necessità di costruire un nuovo modo di
produzione che fornirà alle aziende, capaci di evolversi, benefici in termini di
flessibilità e produttività.
Nasce un'attenzione maggiore verso la salute psicologica sul posto di lavoro. In
tale ottica la concezione del lavoro è legata a concetti quali diritto,
desiderio, investimento, creatività. Tutto ciò ci rimanda, dalla televisione ai
rotocalchi, all'immagine del lavoro come un processo complesso, multideterminato,
carico di significati simbolici sia individuali che collettivi.
I cambiamenti culturali, come la qualità del lavoro, hanno sottolineato il
diritto del lavoratore di evitare difficoltà sul posto di lavoro. Si evidenzia
che la soddisfazione sul lavoro si traduce in una maggior produttività per
l'azienda. Inoltre, il fatto di trascorrere circa otto ore al giorno negli
uffici, ha determinato una grossa attenzione alle possibili conseguenze
psicologiche negative dell'attività lavorativa, quali il mobbing, il bullying,
lo stress ecc. Ciò sembra aver provocato una ricerca costante sulla prevenzione
di alcuni comportamenti eziopatogeni che possono avvenire sul posto di lavoro.
CHE COSA E' IL MOBBING PSICOSOCIALE?
Argomento spinoso come pochi altri quello del mobbing: un fenomeno psicosociale
sempre più diffuso che risente inevitabilmente dei cambiamenti sociali e
culturali. E' una sindrome dovuta ad un modello organizzativo che privilegia la
produzione piuttosto che lo stato di benessere psico-fisico del lavoratore.
Conosciuto dagli antichi latini può essere definito come: "tutti quei
comportamenti violenti che si verificano sul posto di lavoro attraverso atti,
parole, gesti, dignità di personalità e professionale, che arrecano offesa alla
dignità o all'integrità fisica e psichica di una persona fino a mettere in
pericolo l'impiego o di degradare il clima aziendale".
Se il mondo del lavoro e i rapporti all'interno di esso hanno subito numerose
trasformazioni, è certo che le azioni vessatorie possono essere confuse con
molti altri comportamenti che alcuni soggetti possono commettere nei confronti
di altri individui, considerati più deboli: ciò ci riporta al significato
etimologico del termine mobbing. Mobile vulgus, nella Roma antica, era il
movimento della gentaglia, il fuoco plebeo, la rivolta che il popolo mette in
atto. Un esempio recente è stata la rivolta di Reggio Calabria del 1970,
conosciuta successivamente come "la rivolta dei boia chi molla". Ecco dunque che
il mobbing si pone come comportamento aggressivo: gli etologi utilizzano la
parola mobbing per indicare il comportamento di alcune specie di uccelli che si
coalizzano contro un uccello che tenta di assalire il nido altrui. A questo
punto gli uccelli "attaccano" l'invasore fino a provocarne la morte.
Forse la legge della selezione della specie non esiste solo nelle isole
Galapagos ma anche nei nostri uffici. Il più forte sopravvive e mantiene il
lavoro, il più debole soccombe rimanendo fuori dal ciclo produttivo!
Il mobbing, dunque, colpisce un individuo nell'esplicazione del suo lavoro,
attraverso il gruppo di lavoro. In tale ottica sarebbe meglio parlare di mobbing
psicosociale in quanto si origina, si sviluppa e coinvolge tutti i livelli
gerarchici dell'azienda.
Caratteristica del mobbing psicosociale è l'indicatore temporale: è necessario
che gli atti vessatori si verifichino con una certa frequenza, una volta alla
settimana per almeno per sei mesi. I comportamenti mobbizzanti possono venire
messi in atto da superiori, colleghi, pari grado, datori di lavoro nei confronti
di dipendenti da eliminare o da accantonare perché ritenuti "scomodi"
dall'azienda.
Ma quanti sono i casi di mobbing? Difficile dare una risposta. Numerose sono le
ricerche che vengono pubblicate sul mobbing psicosociale. Pochi sono i dati
scientifici e molte sono le discrepanze fra i vari ricercatori, tutto ciò rende
impossibile conoscere la reale incidenza del fenomeno. Un'analisi maggiore delle
discrepanze dei dati ha reso possibile evidenziare che i risultati possono
essere influenzati dalle caratteristiche specifiche cui il campione viene
estratto, dagli strumenti utilizzati per la misurazione del mobbing, e dal modo
in cui la popolazione viene confrontata con quella di controllo.
Molte ricerche sono state effettuate sulla popolazione lavorativa europea ed
hanno mostrato che la prevalenza, cioè il numero dei lavoratori che hanno avuto
esperienze di mobbing durante la loro vita lavorativa varia molto: si va da un
minimo di 3,5% ad un massimo del 64%.
Per capire meglio queste cifre bastano alcuni dati: in Europa si calcola che
ogni lavoratore, sia esso di sesso maschile e femminile, all'inizio della
carriera lavorativa ha una possibilità pari al 25% di subire azioni mobbizzanti.
Secondo Alessandro e Renato Gilioli, direttori del centro per il disadattamento
lavorativo della clinica del lavoro di Milano, i dati europei variano da paese a
paese: in Italia la prevalenza è del 4,2%, in Grecia del 4,7%, in Belgio del
4,8%, in Spagna del 5,5%, in Germania del 7,3%, in Irlanda del 9,4%, In Francia
e in Finlandia del 9,9%, in Svezia del 10,2%, in Gran Bretagna del 16,3%.
Quest'ultimo è il dato più elevato. Ciò sarebbe legato al fatto che nei diversi
paesi esiste una diversa soglia di accettazione dei comportamenti vessatori. Nel
Regno Unito sono molteplici i motivi che possono spiegare una percentuale
elevata di mobbing psicosociale: in primis l'argomento essendo di grande
attualità ha provocato una notevole massa di studi e ricerche sul fenomeno.
In Italia la bassa percentuale della prevalenza e dell'incidenza del mobbing
psicosociale è da mettere in relazione al fatto che ci sono molti lavoratori
"non in regola" - precari, atipici, consulenti, collaboratori, stagionali,
abusivi, interinali ecc. Si calcola che questa popolazione di lavoratori è
composta da circa 3 milioni di soggetti mentre i dipendenti " in regola" sono
almeno 15 milioni.
All'interno di questi studi esiste una differenziazione fra la percentuale degli
uomini e delle donne che hanno subito il mobbing. In Svezia, in una ricerca
oramai famosa fatta da Leymann, padre del mobbing, nel 1993, è stata trovata una
differenza poco significativa fra la percentuale degli uomini soggetti al
mobbing (45%) e quella delle donne (55%). Il mobbing viene effettuato con
maggior frequenza da uomini nei confronti di altri uomini (76%), la percentuale
di donne che mobbizzano gli uomini è del 3%, mentre le donne nel 40% dei casi
vengono mobbizzate da altre donne, infine la percentuale di uomini che
mobbizzano le donne è del 30%.
In Italia non esistono ricerche precise. I dati sembrerebbero confermare che
sono le femmine a subire più frequentemente il mobbing (51,5%) rispetto ai
maschi (48,5%).
Sarebbe auspicabile per il prossimo futuro creare dei gruppi di lavoratori
equivalenti per determinate caratteristiche (età, sesso, razza, educazione,
status socio-economico, tipo di lavoro, tipo di azienda); attraverso ciò, forse,
sarà possibile realizzare ricerche più controllate e rigorose dal punto di vista
metodologico.
Riguardo le caratteristiche del mobbing psicosociale una cosa è chiara: possono
esserci infiniti modi per "mobbizzare" un lavoratore. Gli psicologi del lavoro
forniscono molteplici catalogazioni, esse sono utili in quanto permettono ai
diversi operatori - psicologi del lavoro, psicologi clinici, delegati sindacali
- di mettere in atto strategie e tecniche di intervento peculiari e utili per
affrontare ogni singolo caso che è un caso a sé.
Il mobbing psicosociale può essere:
- Verticale, discendente o dall'alto
Se l'azienda mette in atto strategie persecutorie dirette o indirette, per
rendere impossibile la vita a un dipendente sgradito, in modo da costringerlo a
licenziarsi. Il management aziendale richiede ai lavoratori di "essere disposti
ad accettare tutto pur di conservare l'impiego. Può capitare il caso in cui i
comportamenti mobbizzanti vengono pianificati dall'azienda stessa, ad esempio
dai vertici aziendali, ai danni di dipendenti che essa vuole "eliminare". In
questo caso il mobbing si trasforma in vera e propria politica aziendale. Il
mobbing verticale si classifica in mobbing organizzativo e mobbing corporativo.
Il mobbing organizzativo o strategico si verifica quando un'azienda cerca di
adattarsi in vari modi ai cambiamenti del mercato (fusioni, redditi ridotti,
tagli del budget, etc.). Per far fronte ai problemi di ordine politico ed
economico l'azienda attua delle strategie mobbizzanti. Il mobbing corporativo è
rappresentato da tutti quei comportamenti mobbizzanti che vengono effettuati dai
datori di lavoro: aumento delle ore lavorative, negare le ferie e i congedi per
malattia, spiare e controllare i dipendenti, etc. Questo tipo di mobbing si
verifica in quei Paesi in cui il tasso di disoccupazione risulta essere molto
elevato.
- Orizzontale, ascendente o dal basso
Se si determina quando un certo numero di colleghi di mansioni inferiori
emarginano un lavoratore. Il pensiero dominante dei colleghi, in questo caso è
di esautorare il lavoratore. Vengono utilizzate varie strategie mobbizzanti:
sabotare il lavoro della vittima, rifiutare di eseguire le sue direttive, fare
girare voci false, calunnianti e infondate su di lui allo scopo di isolare la
vittima dal gruppo di lavoro. Possono verificarsi casi in cui si utilizzano
entrambi i tipi di mobbing orizzontale e verticale, in questi casi si parla di
mobbing combinato.
- Individuale
Se è un singolo lavoratore o lavoratrice ad essere oggetto di violenza
psicologica sul posto di lavoro.
- Collettivo o gang mobbing
Se sono un gruppo di lavoratori ad essere colpiti da azioni discriminatorie.
- Mobbing diretto
Se le violenze psicologiche sono dirette sulla persona mobbizzata
- Mobbing indiretto
Se gli atti vessatori sono indiretti e possono essere attuati sull'ambiente di
lavoro, sulla famiglia o sugli amici della vittima delle persecuzioni
psicologiche.
- Mobbing leggero
Si verifica quando gli atti vessatori sono molto sottili
- Mobbing pesante
Si sviluppa quando le azioni mobbizzanti sono attuate in forma palese e
violenta.
- Mobbing involontario
Se avviene quando un lavoratore, a seguito di un periodo di stress, diviene
irritabile, irascibile con comportamenti aggressivi nei confronti dei suoi
colleghi. Viene considerato un tipo di mobbing passeggero perché quando il
periodo di stress e di pressione finisce, il comportamento del soggetto torna ad
essere normale.
- Mobbing del cliente
Quando i lavoratori sono resi vittime dai "clienti" per i quali offrono un
servizio.
- Serial mobbing
Avviene quando un impiegato cerca di "mobbizzare" un lavoratore dopo l'altro.
Tutti questi tipi di mobbing psicosociale si possono realizzare attraverso
specifiche azioni. Quali sono le azioni che possono essere messe in atto sul
posto di lavoro? Pur non essendoci una definizione precisa è importante
conoscere le diverse azioni mobbizzanti perché non sempre i lavoratori subiscono
comportamenti mobbizzanti ma non le riconoscono per questo motivo le strategie
mobbizzanti sono indirette e subdole: la persona che le subisce ha una enorme
difficoltà nel comprendere quello che le sta accadendo.
L'analisi delle azioni implica lo studio dell'ambiente lavorativo, il livello
culturale e professionale di chi commette le azioni vessatorie e di chi le
subisce, infine è necessario indagare anche lo scopo per cui sono state messe in
atto le azioni vessatorie.
Le azioni possono essere:
- Palesi e violente
Se ci sono aggressioni verbali e fisiche, urla, commenti palesi alla sfera
sessuale o privata.
- Sottili e silenziose
Se si verifica l'isolamento della vittima e l'esclusione dal gruppo
- Disciplinari
Se la vittima riceve lettere di richiamo ingiustificate
- Logistiche
Quando il lavoratore è trasferito in una sede periferica, lontana, scomoda e
lontana da suoi affetti.
- Mansionali
Quando alla vittima si danno compiti da svolgere al di sotto delle sue mansioni
lavorative.
- Paradossali
Quando alla vittima si danno da svolgere compiti al di sopra delle sue
competenze, in questo caso è ipotizzabile che la vittima non lo sappia fare ed è
quindi messa in una condizione oggettiva di sbagliare.
Ce ne sono tante altre di classificazioni delle azioni: Leymann, nella ricerca
da lui effettuata, ha categorizzato cinque tipologie di azioni: 1) attacchi alla
possibilità di comunicare; 2) aggressioni alle relazioni sociali; 3) aggressioni
all'immagine sociale della vittima; 4) si incomincia ad intaccare la situazione
professionale e privata; 5) problemi di salute.
QUALI SONO LE CAUSE DEL MOBBING PSICOSOCIALE?
Come dicevano inizialmente il mobbing psicosociale è relativo alle
trasformazioni del mondo del lavoro. Già perché non è un caso che l'etimologia
della parola riportandoci alla "legge della giungla" ci ricorda la competitività
sul luogo di lavoro, il livello di aggressività giudicato tollerabile, le
trasformazioni tecnologiche, commerciali e finanziarie che si subiscono. Fino a
pochi anni fa l'economia era garantita dallo Stato, quindi anche i lavoratori
erano protetti dallo stesso, ci si trovava in un contesto di "capitalismo
organizzato". Oggi ci troviamo di fronte al "capitalismo del caos", mercati
globali caratterizzati da grande incertezza e da un livello molto elevato di
competizione tra lavoratori. Da ciò trova l'humus il mobbing all'interno delle
nostre organizzazioni lavorative. Le aziende devono sopravvivere nei mercati
globali creando concorrenza spietata tra le organizzazioni. Il risultato di
questo "capitalismo organizzato" ha obbligato l'azienda a diminuire il costo del
lavoro licenziando i dipendenti e riingegnerizzando le funzioni.
Attraverso queste trasformazioni i lavoratori non sempre vengono licenziati,
diventano "precari" vivendo costantemente sotto la minaccia e la paura di
perdere il proprio lavoro anche perché i disoccupati fanno pressione a entrare
nel mondo della produzione.
Non solo la trasformazione del mondo del lavoro costringe che i lavoratori
imparino continuamente e rapidamente cose nuove atte a sviluppare le necessarie
competenze per lo svolgimento delle mansioni e dei compiti assegnati.
Molte altre ancora possono essere le cause oggettive del mobbing. Per capire
meglio le cause del mobbing bisogna fare riferimento a quelle soggettive.
Stress, conflitti e caratteristiche di personalità degli attori sono tra le
cause principali del mobbing. Se lo stress è una causa di molte patologie va
dunque definito ogni volta a seconda del contesto, è certo che il 75-90% della
popolazione lavorativa mondiale presenta disturbi psicosomatici correlabili al
livello di stress. Lo stress non piace a nessuno. Spesso sentiamo in una
versione divulgativa pseudoscientifica e forse superficiale: "Sei stressato!".
Insomma tutto ciò che ci succede sembra essere dovuto allo stress; d'altra parte
chi vive in città sa quanto possa essere elevato il livello stress, se si pensa
alla difficoltà di trovare parcheggio, al traffico per recarsi al lavoro, alle
file che si fanno negli uffici ecc., tutto ciò sembra favorire questa visione
semplicistica. Insomma i problemi al lavoro, se si escludono patologie gravi,
sembrano essere favoriti dallo stress. D'altra parte gli psicologi da tempo
affermano che per stress deve intendersi le reazioni con cui un individuo
reagisce agli stimoli esterni o interni, definiti agenti stressanti o stressor,
cercando di farvi fronte attraverso un insieme di risposte che il soggetto
ritiene funzionali alla situazione. E' facile capire che le risposte che i
soggetti mettono in atto di fronte alle situazioni stressanti che avvengono
negli uffici sono specifiche ed individuali, dipendono da condizioni oggettive,
cioè dalle condizioni dell'ambiente circostante, che possono, ad esempio, essere
la quantità di luce e temperatura, il rumore, l'inquinamento ecc., sia da
condizioni soggettive, cioè dalle percezioni individuali delle situazioni. Se la
risposta allo stress è un elemento rilevante bisogna far riferimento ad altri
fattori: la personalità del soggetto e la situazione specifica.
Il mondo del lavoro, in particolare, è soggetto a svariati fattori che
riguardano le cause della situazione specifica; il lavoratore in particolare può
avere la paura di fallire, di essere criticato, di subire conseguenze negative
per il proprio comportamento, di perdere il proprio posto di lavoro, i conflitti
privati e familiari (quanti di noi la mattina recandosi a lavoro, dopo aver
litigato con il proprio compagno o la propria compagna, hanno dei problemi nel
relazionarsi con i colleghi?), la mancanza di riconoscimento, di riposo, di
autonomia, e di informazioni, il clima aziendale, i conflitti con il superiore o
con i colleghi, la paura della concorrenza, la stanchezza lavorativa, la
mancanza di concentrazione, la mancanza di attenzione ecc. L'elenco dei fattori
psichici potrebbe essere infinito e come abbiamo già detto dipende dalle
caratteristiche del lavoratore e dall'azienda.
Se i fattori sono per lo più psicologici ce ne sono altri che sono sociali
(lavoro individuale, di gruppo, sovraoccupazione o sottoccupazione), fisici,
organizzativi (difficoltà del lavoro, velocità del lavoro, quantità del lavoro,
spazio a disposizione, orario di lavoro flessibile, norme di prestazione, lavoro
notturno, lavoro straordinario, distribuzione del lavoro), oggettivi (luce,
temperatura, ergonomia degli attrezzi degli accessori, rumore, inquinamento,
materie prime).
Un'altra causa sembra essere il conflitto. In questo caso la lotta e il
combattimento fra individui emerge a chiare lettere. Da un punto di vista
psicologico si parla di conflitto quando ci sono due o più elementi, collegati
fra loro, che risultano discrepanti, dissonanti, opposti, disarmonici e di forte
contrasto.
Il conflitto sul posto di lavoro può essere di tipo emotivo, se si verificano
disaccordi fra desideri, bisogni, istanze, tendenze e valenze affettive di un
lavoratore; di tipo cognitivo, se si verificano dissonanze fra diversi aspetti
conoscitivi del lavoro.
I conflitti emotivi ruotano attorno all'insicurezza del proprio posto di lavoro,
alla mancanza di riconoscimento, di sostentamento e di possibili promozioni. Il
lavoratore difende fino all'ultimo il suo posto di lavoro e la propria posizione
sociale.
I conflitti di tipo cognitivo possono essere gli intrighi e la reticenza di
informazioni, i compiti oscuri ed incongruenti, al noia e la monotonia sul posto
di lavoro, le richieste eccessive o insufficienti, l'organizzazione del lavoro.
Non solo ci sono conflitti di tipo interpersonale. Se l'organizzazione
lavorativa è "il gruppo dei gruppi" allora il gruppo rappresenta la base
dell'azienda. Per questo motivo il conflitto interpersonale è da ritenersi la
causa più frequente di mobbing psicosociale.
Non possiamo parlare di conflitti interpersonali se non li correliamo alle
culture organizzative. Cosa si deve intendere per cultura organizzativa? Gli
psicologi del lavoro affermano che la cultura organizzativa è rappresentata dai
diversi tipi di comportamento che un'azienda assume per adattarsi all'ambiente
esterno e interno ciò avviene attraverso un insieme di "assunti di base",
dimostratisi in precedenza funzionali, nella risoluzione dei problemi che si
sono venuti a creare.
Le culture sono di cinque tipi: la cultura burocratica, la cultura carismatica,
la cultura tecnocratica, la cultura cooperativa, la cultura strategica.
Caratteristica della cultura burocratica è il rispetto delle norme che regolano
i comportamenti nell'organizzazione. In questo tipo di cultura le relazioni
inter-personali sono impersonali, ogni attività e compito sono previsti ed
assegnati. L'autorità del superiore è rigidamente definita e ad essa tutto il
gruppo di lavoro si adegua.
Tutti i problemi sono risolti attraverso le norme e le procedure, questi ultimi
rappresentano i valori fondanti di questo tipo di organizzazione. Le norme e le
procedure servono a nascondere le responsabilità poiché nessuno ha colpa perché
tutto è collegato alla normativa burocratica.
I bisogni degli individui sono dei bisogni di dipendenza fortissima. Attraverso
un lavoro di counseling organizzativo si evince che le persone "insicure", con
un forte bisogno di dipendenza sono quelle che lavorano meglio all'interno di
questo tipo di organizzazione perché permettono all'organizzazione di
auto-riprodursi.
Le persone "sicure" in questo tipo di organizzazione si sentono demotivate
perché le decisioni sono già prestabilite.
I gruppi di lavoro nella cultura burocratica non esistono in quanto essa si
fonda su procedure e norme prestabilite. Rappresentano, quindi, dei falsi-gruppi,
degli agglomerati di persone, dei gruppi non evoluti perché lo spazio lavorativo
è rigidamente previsto e non può essere superato.
Nella cultura carismatica il valore primario è fornito dal fondatore
dell'organizzazione. Le persone si identificano, infatti, con il leader che è il
capo carismatico. I rapporti si fondano su una dipendenza affettiva forte con il
leader stesso. Da tutto questo si evince che i gruppi lavorativi sono presenti
ma "dipendono" fortemente dalle decisioni del capo. Il conflitto interpersonale
nasce e si sviluppa proprio perché il lavoro ruota attorno alle decisioni
centralizzate che prende il leader carismatico. Nella cultura organizzativa di
tipo tecnocratica il valore principale è il successo. I rapporti delle persone
sono basati su un bisogno di competizione. In questo tipo di cultura sono negati
tutti gli aspetti affettivi ed emotivi dei lavoratori. I gruppi presenti nella
cultura tecnocratica si fondano su un iper tecnicità e un iper professionismo.
Nella cultura cooperativa o partecipativa i valori fondanti sono la cooperazione
e la solidarietà. I rapporti delle persone sono basati sull'interdipendenza e
sulla cooperazione rispetto agli obiettivi dell'organizzazione. Essi sono
condivisi da tutti i membri.
Il conflitto interpersonale viene gestito perché le persone sono disposte a
mettersi in discussione perché presentano un alto grado di tolleranza
all'ambiguità e all'ansia. I gruppi presenti nella cultura cooperativa sono
caratterizzati da una comunicazione bidirezionale e circolare. Nella cultura
strategica, definita anche la cultura del come se. Il valore fondamentale è
l'apparire, l'immagine. Le persone si occupano di tutto con scarsa competenza
specifica.
La cultura strategica richiede persone vincenti con una elevata capacità di
comunicazione e di seduzione. I bisogni degli individui sono di tipo
narcisistico. I gruppi presenti in questa cultura si basano su una grande
competenza relazionale. E' importante evidenziare che tra i conflitti di tipo
interpersonale, tra cultura organizzativa e tra valori e bisogni individuali c'è
un rapporto diretto. Essi, infatti, sono strettamente correlati. Quanto più è
forte e pressante il bisogno, ad esempio di tipo narcisistico, tanto più i
soggetti si trovano in un contesto di tipo strategico che a sua volta, rinforza
la convinzione del soggetto.
E' stato riscontrato che le lamentele dei lavoratori sono un modo di negare i
bisogni che gli individui hanno, che sono strettamente sintonici con i valori
dell'organizzazione. Se i valori egosintonici degli individui diventano, per
effetto di comportamenti vessatori, egodistonici, la persona entra in crisi.
Infine tra le cause soggettive va ricercata la personalità disturbata dei
mobbers, cioè di coloro che commettono le azioni mobbizzanti. Immaginiamoci il
nostro capo che soffre di un disturbo di personalità di tipo narcisistico. Cosa
fare? Probabilmente vorrà esercitare il suo potere mantenendolo a qualunque
costo anche usando i lavoratori come degli oggetti.
QUALI SONO LE CONSEGUENZE?
Se il mobbing è un fenomeno psicosociale è evidente che le conseguenze sono sia
per la vittima che ha subito comportamenti vessatori sia per l'azienda. Al fine
di valutare le conseguenze del mobbing psicosociale bisogna eseguire
accuratamente l'analisi della domanda. Nei casi di mobbing ciò dovrebbe
riguardare la vittima delle vessazioni (il mobbizzato), l'autore delle azioni
mobbizzanti (il mobber), le relazioni interpersonali che si sono venute a creare
sul posto di lavoro e il contesto aziendale.
Il famoso processo definito "analisi della domanda" permette di eseguire un
processo conoscitivo di ricerca e di riflessione. Non è un processo diagnostico
effettuato attraverso la classificazione nosografica di categorie patologiche.
Come dicevano all'inizio il lavoro, nella nostra società è fonte di
realizzazione personale in quanto elemento fondamentale di autonomia personale e
di gratificazione. Per molti soggetti, vittime di mobbing, il lavoro è un modo
di essere e di esistere. Quando sorgono problemi sul posto di lavoro si
determina un calo dell'autostima e un senso di colpa.
Le conseguenze delle violenze psicologiche sul posto di lavoro producono effetti
patologici sia ai singoli lavoratori sia all'interno delle relazioni
interpersonali dei gruppi di lavoro. Se il lavoro diventa l'unico modo di
realizzazione personale allora si vengono a creare molti tipi di conseguenze:
psicologico, relazionale ed economico. Molti ricercatori hanno riscontrato che
nei casi di mobbing tra i disturbi psicologici possono esserci disturbi di
ansia, disturbi di attacchi di panico, depressione, difficoltà di
concentrazione, disturbi del sonno, perdita di memoria.
Ancora oggi, alle soglie del duemila, in alcuni paesi del mediterraneo, tra cui
l'Italia, l'uomo è l'unica fonte di sostentamento per la famiglia, se cominciano
ad esserci problemi sul posto di lavoro allora ci saranno anche problemi
economici per la famiglia. Non solo. Pensiamo ad un lavoratore che tutti i
giorni, per otto ore, subisce vessazioni in ufficio, quando torna a casa
inevitabilmente "vomiterà" tutte le sue frustrazioni sulla sua famiglia.
All'inizio la famiglia sosterrà psicologicamente la vittima. Ben presto il
mobbizzato sarà considerato una minaccia per l'integrità e la salute del nucleo
familiare. In molti casi si verificano divorzi e separazioni. Il livello di
depressione di un mobbizzato è elevato, si calcola a questo riguardo che lo
stato depressivo giunge fino al suicidio o all'omicidio. In Svezia la
percentuale di suicidi causati dal mobbing è tra il 10-15%. Molte ricerche hanno
evidenziato che la vittima delle violenze psicologiche sul posto di lavoro porta
l'individuo a commettere reati criminali. Negli stati Uniti si commettono circa
1000 omicidi ogni anno nelle aziende.
La sindrome da mobbing viene diagnosticata attraverso il disturbo
post-traumatico da stress, patologia conosciuta a seguito degli effetti della
guerra del Vietnam. Il mobbizzato è stata esposto ad un evento traumatico nel
quale erano presenti entrambe le caratteristiche seguenti: 1) la persona ha
vissuto, ha assistito, o si è confrontata con un evento o con eventi che hanno
implicato morte, o minaccia di morte, o gravi lesioni, o una minaccia
all'integrità fisica propria o di altri; 2) la risposta della persona
comprendeva paura intensa, sentimenti di impotenza, o di orrore.
Caratteristica del mobbing è che l'evento traumatico viene rivissuto
persistentemente in uno (o più) dei seguenti modi: 1. ricordi spiacevoli
ricorrenti e intrusivi dell'evento, che comprendono immagini, pensieri, o
percezioni; 2. sogni spiacevoli ricorrenti dell'evento; 3) agire o sentire come
se l'evento traumatico si stesse ripresentando (ciò include sensazioni di
rivivere l'esperienza, illusioni, allucinazioni, ed episodi dissociativi di
flashback, compresi quelli compresi quelli che si manifestano al risveglio o in
stato di intossicazione); 4. disagio psicologico intenso all'esposizione a
fattori scatenanti interni ed esterni che simbolizzano o assomigliano a qualche
aspetto dell'evento traumatico; 5. reattività fisiologica o esposizione a
fattori scatenanti interni ed esterni che simbolizzano o simboleggiano a qualche
aspetto dell'evento traumatico.
La persona, vittima di mobbing psicosociale, evita persistentemente stimoli
associati con il trauma e attenuazione della reattività generale, ci devono
essere tre o più dei seguenti elementi: 1. sforzi per svariate pensieri,
sensazioni o conversazioni associate con il trauma; 2. sforzi per evitare
attività, luoghi, o persone che evocano ricordi del trauma; 3. incapacità di
ricordare; 4. riduzione marcata dell'interesse o della partecipazione ad
attività significative; 5. sentimenti di distacco o di estraneità versi gli
altri, 6. affettività rimossa (per es., incapacità di provare sentimenti di
amore), 7. sentimenti di diminuzione delle prospettive future (per es.,
aspettarsi di non poter avere una carriera, un matrimonio o dei figli, o una
normale durata della vita).
I Sintomi persistenti di aumentato arousal, non devono essere presenti prima del
trauma, come indicato da almeno due dei seguenti elementi: 1. difficoltà ad
addormentarsi o a mantenere il sonno; 2. irritabilità o scoppi di collera; 3.
difficoltà a concentrarsi; 4. Ipervigilanza; 5. esagerate risposte di allarme.
La durata del disturbo è superiore a 1 mese Il disturbo causa disagio
clinicamente significativo o menomazione nel funzionamento sociale, lavorativo o
di altre aree importanti.
Bisogna specificare se l'entità del disturbo è acuto se la durata dei sintomi è
inferiore a 3 mesi; cronico, se la durata dei sintomi è 3 mesi o più; ad esordio
ritardato, se l'esordio dei sintomi avviene almeno sei dopo l'evento. Il mobbing
psicosociale provoca conseguenze anche alle aziende. In un'azienda in cui si è
verificato il mobbing ci saranno riduzioni della capacità produttiva e
dell'efficienza lavorativa, critiche nei confronti del datore di lavoro, elevati
tassi di assenteismo per malattia, tendenze ad ingigantire i piccoli problemi,
la continua ricerca di capri espiatori.
La capacità e la rapidità del gruppo di lavoro è direttamente proporzionale alla
capacità di gestire il conflitto da parte del datore di lavoro. A seguito dei
casi di mobbing psicosociale nell'azienda aumentano i costi. Questo è dovuto
all'aumento delle assenze per malattia, alle sostituzioni, ai prepensionamenti e
alle vertenze.
Si calcola che le prestazioni lavorative di un soggetto, vittima di mobbing
psicosociale, calano del 60%, in termini di produttività ed efficienza. Il costo
per l'azienda è del 180% in più. In alcune ricerche effettuate in Germania è
stato riscontrato che il costo diretto del mobbing psicosociale nelle aziende di
1000 dipendenti è di 168.000 dollari. Dalle ricerche statistiche emerge che un
lavoratore sottoposto a vessazioni costa alle aziende tedesche in un anno tra i
50 e i 150 milioni di lire. Questa cifra è dovuta alle assenze per malattia, al
minor rendimento e al calo di efficienza lavorativa. Da tutto ciò emerge
l'esigenza da parte delle aziende di attuare una gestione più efficace ed
efficiente delle risorse umane nei luoghi di lavoro.
In tutto il mondo si stanno realizzando esperienze positive nelle aziende. Allo
scopo di prevenire i costi, in Germania, la casa automobilistica Volkswagen, ha
sottoscritto un accordo con il sindacato, che prevede la presenza nell'azienda
di un esperto a cui tutti i lavoratori si possono rivolgere. Questo può
intervenire mettendo in atto provvedimenti, trasferimenti ecc. L'IBM ha
istituito un "osservatorio sulle violenze psicologiche sul lavoro", diretto da
Martin Sepulveda (vicepresidente dell'Occupational Health Service), in cui
operano esperti del settore.
In Francia il Crédit Lyonnais ha istituito un "centro sullo stress lavorativo",
in cui esperti del settore (formatori, psicologi del lavoro, medici del lavoro)
progettano ed effettuano percorsi formativi sui disagi lavorativi.
Da ciò emerge l'esigenza di strutturare efficaci interventi di cui parleremo nel
prossimo paragrafo.
COSA FARE?
La competenza dello psicologo del lavoro, esperto di mobbing, è rappresentata
dalla molteplicità di interventi (terapia individuale e di gruppo, formazione
all'interno dell'azienda, counseling organizzativo), dalle possibili risposte
alla domanda formulata dall'utente, e, infine, dalla relazione stabilita fra lo
psicologo e l'utente (la vittima del mobbing).
Intervenire sul mobbing significa rompere il sistema organizzativo e
relazionale. Esistono tanti modi per affrontare il problema, tanti quanti sono i
casi di mobbing e quante sono le aziende in cui si manifesta.
L'approccio strategico come intervento sul mobbing si struttura in sei fasi
operative:
FASE 1: Definizione del problema in modo chiaro e concreto
FASE 2: Analisi delle tentate soluzioni
FASE 3: Definizione operativa del tipo di cambiamento da effettuare
FASE 4: Definizione delle alternative possibili
FASE 5: Scelta tra le strategie individuate ed attenuazione del cambiamento
FASE 6: Valutazione
Momento fondamentale per risolvere il mobbing è un'accurata definizione del
problema. Chi ha esperienza sa bene quanto sia difficile per le persone definire
con chiarezza qual è il problema: alcuni percepiscono che all'interno del loro
posto di lavoro c'è un problema, altri si sentono un po' più nervosi e depressi
del solito. Può essere utile definire il problema attraverso una serie di
domande specifiche.
Successivamente si procede alla definizioni degli obiettivi, diversi caso per
caso. Inoltre si analizzano le soluzioni tentate. Questo stadio risulta essere
fondamentale in quanto una difficoltà si trasforma in problema se si continua a
mettere in atto una o più soluzioni non soddisfacenti. La persevazione di un
comportamento non contribuisce certamente al cambiamento bensì al mantenimento
del problema. Attraverso l'analisi delle tentate soluzioni si può capire anche
quale è il sistema reattivo-poercettivo delle persone coinvolte: lo psicologo
può capire come i mobbizzati percepiscono la situazione e quante e quali
strategie ha a disposizione.
In tale ottica il mobbizzato è colui, quando non si verificano strategie
aziendali specifiche, ad essere il maggior esperto del suo problema. La quarta
fase è la definizione della strategia da adottare attraverso la scelta tra le
strategie individuate, che nei casi di mobbing psicosociale deve essere
pertinente e specifici per ogni specifico caso.
L'ultima fase è la valutazione. Fase necessarie per capire se tutto il processo
precedente è stato eseguito in maniera puntuale o se invece occorre strutturare
dei cambiamenti, piccoli o grandi che siano. Nei casi di mobbing una parte
importante è relegata alle perizie per la valutazione del danno psicologico
causato dal mobbing. Se la sindrome da mobbing si caratterizza da azioni di tipo
psicologico, emotivo e relazionale, le conseguenze per la vittima sono
rilevabili a livello psicologico e producono disturbi a livello somatico.
Analizzando cosa fare nell'ambito del mobbing un ruolo importante viene relegato
alla formazione. Il disagio lavorativo porta a chiedere aiuto all'esperto e al
sindacato. In alcuni casi si registra un notevole imbarazzo da parte degli
operatori - psicologi del lavoro, formatori, delegati sindacali - che non
riescono ad affrontare in maniera adeguata il problema perché privi di una
formazione specifica.
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