La
Proposta Bertagna : una base di partenza
Una premessa è necessaria: non ho mai condiviso la frenesia riformatrice applicata all’ambito educativo. Non perché la scuola non debba adeguarsi di volta in volta ai cambiamenti complessivi delle epoche in cui opera ma perché in Italia il riformismo più che un fatto è diventato una vera e propria ideologia, la quale ha come fondamento un’equazione tanto ingenua quanto errata (e anche pericolosa) che fa coincidere il Nuovo con il Bene.
Se, comunque, una riforma radicale della scuola in Italia è davvero indispensabile, a me sembra che la proposta Bertagna sia una buona base di partenza, per quanto da migliorare. Una valutazione, questa, che si basa su elementi sia di metodo che di merito.
Fra i primi:
1. Il Gruppo ristretto di lavoro (Grl) ha ascoltato veramente associazioni, docenti, intellettuali di provenienza ideologica e culturale anche assai diversa. Mentre le commissioni incaricate da Berlinguer furono tanto pletoriche quanto formali e sostanzialmente omogenee, i gruppi focus hanno visto una reale e vivace discussione e partecipazione. Basti pensare che organizzazioni come il Cidi o l’Unione degli studenti hanno potuto esprimere con libertà tutte le loro critiche.
2. Al di là degli aspetti enfatizzati o manipolati dai media, anche gli Stati Generali hanno rappresentato due giorni di dibattito reale e pluralistico. Ad esempio: due studenti chiaramente ostili alla riforma hanno avuto l’opportunità di parlare, per almeno trenta minuti ciascuno, a cinque metri dal Ministro, e di dirgli in faccia tutto il male possibile sulla sua riforma ma i giornali hanno dato notizia solo delle urla e degli spintoni.
3. Nella pagine finali della Sintesi del Gruppo ristretto di lavoro si trova una tabella riassuntiva delle Raccomandazioni con l’indicazione di quali abbiano goduto del consenso dei gruppi interpellati e quali no. Più in generale, l’intero documento non nasconde nessuna delle difficoltà incontrate ed enumera anche le possibili alternative alle proposte del Grl.
4. Non mancano certo gli elementi da migliorare o anche da trasformare radicalmente. Proprio per questo, non va dimenticato che quello del Grl non è un disegno di legge ma una proposta pedagogica e organizzativa che si può discutere e modificare davvero (a differenza, anche qui, della riforma Berlinguer, la quale è fallita pure a causa della sua rigidità ideologica e strutturale).
Per quanto riguarda il merito della proposta (e anche qui assai sinteticamente):
1. Uno dei nuclei forti del progetto Bertagna è l’attivazione in Italia –finalmente!- di una seria formazione professionale che possa rappresentare nello stesso tempo una concreta soluzione al problema della dispersione scolastica e uno strumento di formazione e di qualificazione di attività economicamente e socialmente indispensabili. Quando si fa il confronto fra il numero dei diplomati italiani e, ad esempio, quelli tedeschi si tace sulla circostanza che la gran parte di questi ultimi esce da istituti professionali e non da licei. Le vibrate proteste su tale punto mostrano il permanere –soprattutto fra organizzazioni e docenti che fanno riferimento alla Cgil e ai DS- di una mentalità gentiliana nel senso più deteriore del termine: un atteggiamento sprezzante nei confronti del lavoro manuale, della operatività, del fare. Quanto alle accuse di discriminazione sociale, poi, si sfiora il ridicolo se si pensa che un diplomato cuoco ha la prospettiva di guadagnare –se bravo- anche più di cinquemila euro al mese. Quale docente laureato può aspirare a tali cifre?
2. Dal punto di vista
della qualità dell’insegnamento –l’unico che dovrebbe interessarci- è
assolutamente condivisibile la riduzione del numero delle materie per corso e
dell’orario settimanale complessivo. Gli istituti italiani, infatti, sono
gravati da un numero eccessivo di ore e da una varietà disordinata di materie
mentre è preferibile studiare bene poche discipline e che i ragazzi abbiano il
tempo di rielaborare a casa quanto apprendono a scuola. Inoltre, in nessuna
parte dei documenti del Grl si accenna all’ipotesi di
eliminare il latino dallo Scientifico e la matematica dal Classico. Durante gli
Stati Generali tali voci sono state recisamente ed esplicitamente smentite e ciò
conferma che su questa proposta è in atto una pesante opera di disinformazione e
di propaganda.
3. Anche la creazione di Laboratori, nei quali affrontare discipline come le lingue, l’informatica o le attività motorie, mi sembra coerente con l’obiettivo di un apprendimento migliore e differenziato. Sappiamo tutti, infatti, che in queste materie gli allievi presentano una condizione di partenza diversificata che rende spesso noioso o inefficace l’insegnamento comune nelle classi. I Laboratori –che ricordiamo «nell’accezione del Grl sono uno spazio didattico che per gli istituti è comunque obbligatorio istituire, da soli o in collaborazione tra loro, mentre gli studenti e le famiglie decidono se, quando, come ed eventualmente in quale scuola ne vogliono usufruire» (Documento di Sintesi, pag. 18)- potranno costituire una soluzione adatta a garantire nello stesso tempo il diritto di tutti senza però appesantire inutilmente il monte ore settimanale.
4. C’è un elemento della proposta Bertagna che merita da parte di chi insegna un’attenzione tutta particolare poiché rappresenta una svolta in positivo per la professionalità docente e, di conseguenza, per un reale miglioramento della qualità dell’istruzione. Come molti docenti e organizzazioni –fra le quali la Gilda- vanno sostenendo da tempo, il Grl raccomanda che l’abilitazione all’insegnamento venga conseguita non mediante un diploma triennale ma tramite un titolo quinquennale ottenuto «su un arco di 300 crediti universitari (CFU) e che, alla fine di questi percorsi, si acquisisca una laurea specialistica abilitante all’insegnamento in una specifica scuola e, se di grado secondario, in una specifica classe di concorso» (Documento di Sintesi, pagg. 33-34). Si tratta di un riconoscimento della centralità della funzione docente di notevole significato culturale e pedagogico. Più in generale, questa proposta delinea una figura docente incentrata prima di tutto su una solida conoscenza della disciplina che si insegna e solo dopo sulle metodologie didattiche più consone alla sua trasmissione. Va, insomma, nella direzione da molti di noi auspicata di un docente-intellettuale che faccia ricerca e non di un passivo ripetitore di nozioni o di un assistente sociale/intrattenitore generico. «L’insegnamento, infatti, è un’attività specifica che, per poter essere esercitata, va studiata con le sue peculiari regole metodologiche e la sua complessa natura epistemologica. In questo senso, è, per esempio, sotto numerosi punti di vista, analogo alla medicina e, soprattutto, alla clinica. (…). Il docente delle scuole di ogni ordine e grado è chiamato (…) ad essere non soltanto un ricercatore sull’insegnamento e dell’insegnamento che gli è affidato (il “professionista riflessivo” che connette teoria, tecnica e pratica), ma anche un ricercatore sul e del sapere epistemico che è chiamato poi a trasformare, con appositi mediatori didattici, in apprendimento degli allievi» (Rapporto finale del Grl, pagg. 73-75). Se la questione scuola coincide in gran parte con la questione docenti, si tratta di un elemento fondamentale e forse troppo trascurato dal dibattito in corso.
5. Veniamo, in conclusione, a uno dei punti più controversi: la riduzione della secondaria a quattro anni. Anche qui non bisogna dimenticare che «come si può facilmente rilevare, l’ipotesi della riduzione a 4 anni del percorso della scuola secondaria di II grado non rientra né tra i cardini del progetto predisposto dal Grl, né tra le opzioni (…) Dal momento però che si tratta, com’è del tutto evidente, di una scelta particolarmente delicata, che ha un rilevante significato politico, e non solo nel senso della politica culturale, il Grl pensa di lasciarla alla valutazione e alle decisioni delle istituzioni, del mondo della scuola, della società civile, delle forze politiche e sociali» (Documento di Sintesi, pagg. 22-23). La possibilità del mantenimento dei cinque anni di istruzione liceale è più che fondata ma anche se così non fosse non dovremmo dimenticare che la riforma Berlinguer manteneva solo nominalmente una secondaria quinquennale, riducendola di fatto a tre anni come effetto del biennio unico per tutti e della sua funzione esclusivamente orientativa. La proposta Bertagna, invece, incarica dell’orientamento gli ultimi due anni di scuola media mantenendo in ogni caso una secondaria di almeno quattro anni. E ciò dopo aver ripristinato la coerenza del ciclo di base e aver risolto il grave problema dell’onda anomala. Nel complesso, non è poco.