1) Dottor
Rocco, partiamo dall’ istituto delle RSU e dalla sua applicazione
nella Scuola. Come vede Lei il fatto che in ogni istituto
scolastico siano previste RSU e relative liste elettorali ?
L’ articolo 42 del Dlg 165 del 2001,
modificando la precedente disciplina introdotta dall’art. 47 del Dlg
29 del 1993, ha istituito le rappresentanze unitarie dei
lavoratori nella pubblica amministrazione, ma è stato l’ accordo
relativo al Comparto Scuola che ha identificato la calibratura del
territorio per le RSU.
Penso che la disciplina di
legge contenuta nell’articolo 42 rappresenti un faticoso ma
onorevole compromesso deputato a dettare le linee-guida in materia
di accertamento della rappresentatività delle associazioni sindacali
nel pubblico impiego, e che altrettanto possa dirsi per l’accordo
interconfederale stipulato al riguardo e a tutt’oggi vigente, nel
mentre l’ accordo relativo al Comparto scuola, identificando l’
“unità aziendale” nella singola scuola, ha creato una specie di
macchina schiacciasassi. In sostanza,
questa distribuzione assolutamente capillare non tutela le fasce di
lavoratori che non possono esprimersi perché troppo deboli
localmente nella loro rappresentatività, ma che a livello cittadino,
provinciale o anche regionale potrebbero comunque raggiungere
significative percentuali di presenza.
2) Allora,
possiamo definire le RSU una cattiva invenzione ?
In verità, lo scopo è
positivo e consiste nell’ identificare la rappresentatività in un
modo nuovo. Ossia, disancorandola dal solo contesto numerico delle
iscrizioni alle varie sigle sindacali e considerando invece anche
le scelte dell’intera base elettorale, anche non iscritta ad
organizzazionio sindacali. Ma adesso occorre che vengano contati in
maniera diversa i consensi dei dipendenti.
3) Per
esempio ?
Per esempio, sarebbe necessario
razionalizzare le energie e recuperare le RSU su base più ampia
per vari motivi.
Prima di tutto, perché
circoscrivere l’ attenzione e le energie sulle singole scuole,
invocando quale non del tutto convincente supporto di tale scelta
l’autonomia scolastica, non permette di far emergere le
problematiche più ampie, relative ad un territorio più esteso, di
cui occorrerebbe invece farsi carico. Poi, perchè una base più ampia
rappresenterebbe anche un risparmio della spesa legato al godimento
dei diritti sindacali ( permessi, esoneri ecc…). Quindi un’
aggregazione troppo capillare, dedita alla microconflittualità,
fatalmente induce i sindacati a circoscrivere localmente la propria
linea di azione. Infine impedisce di essere rappresentati ai
sindacati che non sono capillarmente presenti sul territorio. L’
aggregazione di RSU su più scuole fornirebbe, tutto sommato, una
garanzia maggiore di democrazia e di rappresentatività
4) Qualcuno
potrebbe sostenere che sia l’ autonomia ad obbligare le RSU di
scuola.
L’ autonomia è una cosa,
mentre lo spazio del confronto sindacale è un’ altra.
Non è proficuo ridurre il confronto
sindacale in uno spazio così angusto: a mio parere, anche i
sindacati dovrebbero puntare ad un allargamento della cosiddetta “
unità aziendale”.
Credo che basi più ampie
possano soltanto migliorare la dimensione del confronto e dell’
attenzione ai problemi della Scuola. L’interlocutore, anche per
il singolo Istituto scolastico “autonomo”, non è il Consiglio
Circoscrizionale, ma è il Comune, anche quello contermine, la
Provincia …
6) Infine…
Infine, a mio parere, nell’Accordo
interconfederale c’è un elemento che dovrebbe essere da subito
rivisto ed è l’ articolo 4, comma 3, in cui si nega la possibilità
di aggregazione per le liste sindacali.
E’ una possibilità che viene
riconosciuta ai partiti e che vale per le elezioni politiche, quindi
non si capisce perché venga inibita per questa occasione. So bene
che la disciplina di cui discutiamo è sorta essenzialmente per
consentire la “conta” dei consensi ottenuti dalle diverse
organizzazioni sindacali e che fenomeni aggregativi di questo tipo,
soprattutto se forzati fino alle estreme conseguenze,
ostacolerebbero con esiti nefasti la stessa finalità assolta dalla
normativa. Ma credo che l’Accordo stesso, in una sua auspicabile
riscrittura, potrebbe farsi carico di disciplinare quantitativamente
possibili deroghe e, soprattutto, idonei meccanismi per attribuire
poi, in via definitiva, le rappresentanze “miste” eventualmente
elette all’uno o all’altro dei sindacati che hanno concorso ad
eleggerle. Sarebbe pure questo un encomiabile strumento per
incentivare l’unità tra le rappresentanze. Ma, soprattutto, lo
strumento fondamentale rimane, ancora una volta, quello della
partecipazione dei singoli. Come in tutte le società autenticamente
democratiche. E i sindacati – tutti i sindacati – sono in tal senso
garanti, proprio con il loro attivismo, affinché il corpo sociale
assuma frequentemente queste vitamine di libertà.
(A cura di Renza
Bertuzzi)