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Sì al doppio binario
CI sono diversi aspetti della riforma Moratti che non mi convincono: uno tra
tutti, l'anticipo dell'età di accesso alla scuola dell'infanzia e a quella
elementare. Ma c'è un punto innovativo e qualificante: la nascita di un autonomo
e distinto canale di istruzione e formazione professionale. A ben guardare, in
una riforma che contiene punti di continuità con la legislazione precedente,
questa diversa organizzazione del ciclo secondario è l'unica novità
significativa. Sull'introduzione del doppio canale si sono concentrati gli
strali dell'opposizione. Anche su questa rubrica, Chiara Saraceno ha affermato
che questa scelta è la strada maestra perché la scuola certifichi e riproduca
l'immobilismo sociale. Non è così. Una pluralità di percorsi formativi,
analogamente all'esperienza tedesca, è invece una buona scelta. Oggi la scuola,
non solo certifica l'immobilismo ma produce disuguaglianza e condanna
all'ignoranza 500mila ragazzi tra i 15 e i 18 anni. Per loro non c'è né liceo né
formazione professionale. Per di più l'innalzamento dell'obbligo scolastico a 15
anni, così come è stato realizzato, ha condotto su un binario morto più di 30
mila ragazzi ogni anno. E' singolare che da sinistra sia venuta un'opposizione
ideologica a questa offerta formativa diversificata. Come fosse vero il
principio che l'unico modello valido per apprendere sia quello liceale. Non è
così, e chi come le Acli, attraverso l'Enaip, opera da anni nella formazione
professionale, lo sa con certezza. Tanti ragazzi hanno trovato modo di
apprendere e di realizzarsi grazie alla formazione professionale. Piuttosto il
Governo andava inchiodato su altri punti: le risorse innanzitutto. Questa
riforma richiede ingenti risorse. E per ora queste non ci sono. Dovremo
aspettare le decisioni che le Commissioni Bilancio di Camera e Senato
prenderanno quando il Governo presenterà i decreti di attuazione della legge. La
pari dignità tra i due canali dipenderà, in primo luogo, dalla completezza del
percorso della formazione professionale, che vada dalla qualifica al diploma
professionale superiore. Un percorso integrale comprensivo del primo grado di
istruzione universitaria. In secondo luogo, il passaggio da un canale all'altro
non dovrà essere teorico ma realizzabile perché supportato da un'adeguata
«passerella formativa». Infine la questione più delicata. Oggi la formazione
professionale è, dopo la riforma del titolo V, materia di esclusiva competenza
delle Regioni. Ma l'istruzione professionale è stata finora gestita dallo Stato.
Come integrare l'istruzione professionale statale con la formazione
professionale regionale? Questo il banco di prova più difficile. C' è da
augurasi che prevalga uno spirito bipartisan, perché la scuola è un bene di
tutti i cittadini.
Luigi Bobba
Presidente nazionale delle Acli
24
febbraio 2003