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Contratto e dintorni
di Alessandro Ameli
Il quadro politico-istituzionale
Questo contratto si colloca in un quadro politicamente complesso e in qualche
modo difficile.
Vediamo gli attori in campo, i loro obiettivi e le loro azioni politiche.
Il governo intende a) realizzare nel settore dell’Istruzione un pesante
programma di riqualificazione della spesa (cioè tagli agli organici e
risparmi), la finanziaria del 2002 e quella del 2003 hanno avviato questo
processo; b) procedere alla diversificazione retributiva su base
meritocratica (secondo una selezione non ben identificata, con la stessa
filosofia del “concorsone”). In sostanza aumenti a pochi.
Questo obiettivi sono identificabili anche nella Riforma Moratti, grazie alla
quale ci saranno riduzioni di organici e di spesa, figure di sistema e carriera
per pochi.
Strategie di governo in linea di perfetta continuità con la politica scolastica
dei precedenti governi di centro sinistra.
Questi obiettivi sono stati in parte frenati sia dall’ opposizione sindacale,
che dal dissenso di alcuni alleati di governo (centristi e Alleanza nazionale).
La CGIL Si muove con schizofrenia, dovendo sia fare opposizione, che
difendere le scelte dei precedenti governi, scelte da essa stessa suggerite.
La manifestazione, indetta il 12 aprile dalla CGIL in difesa della “Scuola
Pubblica”, è esemplare da questo punto di vista.
Si gioca sul termine pubblico (lasciando credere che pubblico coincida
con statale), “dimenticando” di precisare che, grazie alle strategie
politiche e sindacali degli anni passati, oggi esiste un sistema pubblico di
istruzione che comprende statale e privato.
Il contratto degli Insegnanti entra in questo quadro complesso e difficile
come il famoso vaso di manzoniana memoria.
Ciò che è apparso subito molto chiaro era la cattiva volontà del governo di
aprire le trattative e fare il contratto.
Il pregresso. Dopo l’estate, a 9 mesi di distanza dalla scadenza
contrattuale, la situazione era più o meno questa. Il governo non mostrava
intenzione di emanare l’atto di indirizzo; CGIL, CISL, UIL, SNALS tacevano.
Sembrava che alla scarsa attenzione del governo al contratto scuola,
corrispondesse un tacito consenso dei sindacati.
Lo sciopero della GILDA del 14 ottobre ha mosso le acque dello stagno, il
governo ha emanato l’atto di indirizzo e il timore di essere spiazzati nei
confronti della categoria ha spinto CISL, UIL e SNALS a convergere sulla data
dello sciopero Gilda.
Tuttavia, la CGIL, spostando il proprio sciopero al 18, con obbiettivi
chiaramente politico-ideologici, tra i quali la scuola si collocava
marginalmente, come poi si è visto, ha creato confusione.
Il risultato è stato che questi scioperi diversificati hanno creato
disorientamento della categoria con livelli di adesione non esaltanti sia
all’uno sia all’altro (effetti che avevo con grande preoccupazione denunciato
sul quindicinale del Sole 24 ore all’indomani della decisione della CGIL di
scioperare il 18).
Da tutto ciò il governo ha recepito l’idea di un fronte sindacale diviso e di
una categoria scarsamente combattiva sul contratto. E tutto è diventato più
difficile.
Ruolo e peso della Gilda nella trattativa
Il ruolo della Gilda è stato, in questa trattativa, di rilievo, per quanto si è
detto in precedenza e per il peso contrattuale raddoppiato rispetto al 1999.
In questa trattativa, tre erano le esigenze: agire in fretta, introdurre
cambiamenti profondi negli assetti contrattuali esistenti e contrastare gli
intenti del governo.
Le intenzioni del governo (e di alcune organizzazioni filogovernative sostenute
dal partito dei presidi i quali vedono nella distribuzione discrezionale di
risorse a pochi un magnifico strumento di governo delle scuole e di
sottomissione della categoria) sono, come abbiamo già detto, di indirizzare le
risorse disponibili per la valorizzazione professionale verso figure e funzioni
non meglio identificate.
Sul tema delle carriere la Gilda ha sostenuto, con grande chiarezza, che la
disponibilità a discutere e a valutare concretamente la questione doveva essere
preceduta da una consistente rivalutazione dei livelli retributivi per tutti i
docenti. Tutto ciò anche senza la convinzione che l’introduzione di carriere per
pochi possa creare effetti positivi di trascinamento e di miglioramento di tutta
la comunità scolastica, in ordine a standard di preparazione professionale e di
impegno, soprattutto se continua a prevalere l’ostinazione di pensare a carriere
e a figure non costruite sulla parte nobile della professione: l’insegnamento.
Il perseguimento della qualità insomma, a nostro avviso, va risolto altrove, in
particolare in una forte rimotivazione personale dei docenti e nel
riconoscimento sociale del valore del loro lavoro e del loro ruolo. Le carriere
che si stanno affacciando all’orizzonte, soprattutto quelle a cui fa riferimento
la legge di Riforma Moratti sembrano funzionali, piuttosto, al governo delle
scuole attraverso l’introduzione di quadri intermedi che nulla avranno a che
fare con la qualità dell’insegnamento, della didattica e dei risultati.
Infine, per la Gilda, è nello strumento primario della separazione delle aree di
contrattazione che risiede la possibilità di avviare un percorso autentico di
valorizzazione della categoria che, sottratta finalmente alla subordinazione
impiegatizia, riesca a costruire percorsi di crescita professionale. La partita
dell’area separata è stata giocata parallelamente ad un altro tavolo (cfr.
tabella B) al quale la GILDA non poteva essere presente non avendo una
Confederazione di riferimento.
Poiché la partita contrattuale si porta avanti sulla volontà di tutti i soggetti
in gioco, il primo compito che avevamo era quello di verificare che vi fosse,
tra tutti, la volontà di fare un contratto innovativo.
Successivamente abbiamo posto i nostri obiettivi al tavolo della trattativa. In
sostanza si puntava sulla revisione di quegli istituti contrattuali che si sono
rivelati inadeguati come: funzioni obiettivo; orario di servizio (da rendere
progressivamente omogeneo tra i vari ordini di scuola); eliminazione delle due
ore obbligatorie di programmazione settimanale nella scuola elementare; aree a
rischio; disciplina dei permessi e delle ferie; semplificazione burocratica
delle norme; superamento dei mille tavoli contrattuali attraverso i quali i
sindacati tradizionali pretendono di autolegittimarsi ed autoperpetuarsi. Su
questi obiettivi si è tentato di attivare il consenso al cambiamento da parte di
tutti, ma sono emerse le maggiori difficoltà.
La CGIL addirittura nella riunione di apertura dichiarava la sua assoluta
indisponibilità a cambiare alcunché, e lo riaffermava più volte in sede
contrattuale, sostenendo la assoluta bontà dei contratti esistenti.
I rappresentanti delle altre organizzazioni, alla disponibilità verbale,
contrapponevano una chiusura nei fatti ai cambiamenti almeno nelle fasi
iniziali.
E, seppure il peso contrattuale della GILDA sia enormemente aumentato, essa in
una trattativa deve fare i conti con il peso e le intenzioni degli altri, in
primis del governo. Ed è bene chiarire che in una trattativa non sono certo
l’efficacia dialettica ed argomentativa ad avere la meglio.
Quando ci si siede ad un tavolo contrattuale lo si fa con la coscienza che alla
fine ciò che prevarrà sarà una logica compromissoria che medierà tra le istanze
di tutti e, ovviamente, i rapporti di forza saranno determinanti e
condizioneranno i risultati ottenuti.
E questa coscienza e responsabilità non sono ininfluenti, ma condizionano e
informano l’azione, impediscono irrigidimenti pregiudiziali e portano
inevitabilmente ad una conclusione nella quale si dovrà fare un bilancio tra ciò
che si è chiesto e ciò che si è ottenuto. Un bilancio positivo dovrà determinare
l’ovvia condivisione delle scelte e delle responsabilità, pena la scarsa
credibilità della organizzazione rappresentata e l’appropriazione da parte degli
altri anche di ciò che invece è frutto delle proprie battaglie.
Quando invece la bilancia dovesse pendere sfavorevolmente allora si dovrà
ottemperare al preciso dovere di denunciare le responsabilità di coloro che
hanno preso le decisioni.
Il contratto però non sta andando avanti in fretta, non certo per nostra volontà
o per nostra responsabilità. Piuttosto il governo e in particolare il Ministero
dell’Economia hanno condizionato pesantemente la trattativa ritardando le
procedure di certificazione delle risorse.
Quali i risultati, a questo punto della trattativa
Ad oggi in verità, proprio in termini di risultati, siamo lontani dagli
obiettivi contrattuali con i quali la Gilda ha costruito la sua piattaforma.
Non ci saranno stipendi europei, gli incrementi economici possibili, salvo
ripensamenti governativi, arriveranno ad un modesto risultato: 148,30 euro lordi
al mese (cfr. la tabella A). Cifra lontana dalle attese della categoria e
lontana persino dalle promesse di autorevoli esponenti del governo.
Oltretutto, la cifra va distinta nelle sue componenti costitutive: la parte
tabellare, quella cioè destinata a coprire l’inflazione programmata e il
differenziale con l’inflazione reale (la base di riferimento è l’inflazione
calcolata dall’ISTAT), questa parte sullo stipendio tabellare ammonta a 73,40
euro lordi, i restanti 74,92 vanno invece sulla RPD (retribuzione professionale
docenti).
Si tratta di cifre medie che, ovviamente, in busta paga cambieranno, a seconda
della anzianità di servizio; inferiori ad inizio carriera, quasi raddoppiate
verso la fine.
Su queste cifre pesa ancora però a tutt’oggi la mancata certificazione da parte
del ministro del Tesoro, che non ha ancora avallato gli impegni assunti dalla
Moratti nell’incontro del 20 dicembre con i sindacati.
Ma se sul piano delle retribuzioni si sta facendo sempre più chiarezza, sul
versante della normativa si naviga ancora nel vago e nell’incerto, non essendo
allo stato attuale possibile disporre di un testo di riferimento.
A onor del vero, passi avanti sono stati compiuti e sono state registrate timide
aperture rispetto ad alcune istanze della nostra Associazione, ma potremo darne
conto solo se e quando saranno tradotte sulla carta come impegni definitivi.
Possibili scenari futuri
Gli scenari che, a questo punto, si prospettano sono nell’ordine: una
conclusione del contratto, senza sostanziali modifiche all’impianto normativo;
una chiusura con modifiche di qualità nell’impianto delle norme ed anche
rispetto all’utilizzo delle risorse (quella che noi auspichiamo); una chiusura
parziale solo sull’economico, lasciando aperta la parte normativa; nessuna
conclusione perché il governo decide di sottrarsi alla firma inasprendo le
condizioni rispetto all’atto di indirizzo. (Nel 1993 quest’ultima ipotesi si
verificò: saltò una tornata contrattuale con tutte le conseguenze dei mancati
aumenti sulle retribuzioni – si trattava di 180.000 lire che andarono perse).
Le relazioni Governo-Sindacati
La tensione tra sindacati e governo è molto alta. Oltre alle frizioni che
normalmente si verificano tra organizzazioni dei lavoratori ed Esecutivo, si
aggiunge anche un fatto nuovo: il governo vuole ridurre lo spazio decisionale
del tavolo negoziale, ritornando a regolare con legge alcune materie che,
attualmente, sono di competenza della contrattazione.
Si pensi, per esempio, allo stato giuridico dei docenti. E’ naturale, dunque,
che il livello di scontro possa precipitare in ogni momento. Se ciò dovesse
avvenire, a breve, la possibilità di giungere a una firma, mentre il governo è
in procinto di cambiare le regole del gioco, avrebbe poche possibilità di
successo. Vedremo, nel momento in cui sarà disponibile una bozza di accordo, se
il governo giocherà al rialzo nelle richieste, soprattutto in ordine ai processi
di diversificazione retributiva; se ciò accadrà sarà chiaro che non c’è la
volontà di portare a conclusione il contratto. Ovviamente in caso di mancata
firma del contratto ad esultare sarebbe il ministro delle Finanze Tremonti che
risparmierebbe a fine 2003 ben 2.781 milioni di Euro e che ha avuto un ruolo
determinante in questa trattativa.
Lo scontro sarà
inevitabile e la Scuola potrebbe tornare ad essere elemento importante negli
equilibri politici generali, come è già accaduto. La Gilda non si sottrarrà
agli impegni e alle responsabilità con piena coscienza di stare sempre dalla
parte dei docenti come ha scelto di fare.
Alessandro Ameli