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No all’eccesso di dirigismo, è inconciliabile
con la libertà di insegnamento
La svolta dell'autonomia.
Serve un contratto ad hoc per rilanciare i docenti
di Rino di Meglio *
Nel seguire il dibattito aperto da Italia Oggi
sulla professione docente rilevo con piacere che alcune delle nostre
tradizionali battaglie in difesa della libertà di insegnamento sono
fatte proprie anche da chi per lungo tempo non ne ha fatto cenno. La
professionalità del docente è contraddistinta da due aspetti: la
libertà e l’autonomia. La libertà di insegnamento è sancita dalI’art.
33 della Costituzione ed è strettamente correlata alla funzione di
istituzione che la Carta costituzionale ha voluto assegnarle. Non si
tratta, per l’insegnante, di semplice libertà di scelta delle
tecniche di intervento, come per qualsiasi altro professionista, ma
anche esplicazione essenziale dell’attività di trasmissione della
cultura, di contributo all’elaborazione di essa e di impulso alla
partecipazione dei giovani a tale processo e alla formazione umana e
critica della loro personalità (decreto legislativo n. 297/94). Si
tratta quindi di libertà di esercitare la propria professione in
conformità alle proprie convinzioni, senza essere condizionato da
verità ufficiali, né da dogmi da trasmettere agli allievi.
Si è voluto e si vuole ancora in questo modo sottolineare la libertà
da pressioni o intromissione di altri soggetti. In questo quadro il
discorso sulla cosiddetta liberalizzazione della professione docente
non è assolutamente nuovo, è null’altro che l’eco dell’antica
campagna dì quanti vorrebbero che la scuola, anche quella dello
stato, si trasformasse da istituzione in servizio pubblico che, al
pari di altri, può essere gestito anche da soggetti privati.
Non si può parlare quindi di un semplice «spunto dal quale
ripartire», come è state scritto da qualcuno nel corso del dibattito
promosso da Italia Oggi; l’esigenza di apprendimento degli alunni
non può essere contrabbandata con la necessità di arrivare ad un
metodo più o meno unico della didattica in quanto ciò
significherebbe soltanto soppressione della libertà d’insegnamento.
Se la tecnica è tutto, perché non usare allora delle macchine al
posto dei docenti? Si vuole dunque impedire che la scuola pubblica
statale continui a essere il luogo di promozione del pluralismo
politico, filosofico e religioso e di formazione critica dei
giovani? Dai principi sopra accennati deriva che anche
l’indispensabile collaborazione con le famiglie va riportata ad un
quadro di chiarezze, uscendo dalla logica consociativa e chiarendo
definitivamente i ruoli di ciascuno.
La scuola, in quanto istituzione, deve avere un proprio ambito di
principi, valori, contenuti e metodi che non può essere oggetto di
contrattazione con le famiglie, pena il rischio di creare delle
scuole di tendenza e dissolvere il valore pluralistico
dell’istituzione. Ai genitori, spetta invece un ruolo di
collaborazione e controllo, nell’ambito del quadro giuridico della
trasparenza della pubblica amministrazione. Riteniamo che, prima di
giungere alla riforma degli organi collegiali della scuola, sia
opportuno fare chiarezza sui ruoli e le competenze di ciascuno,
anche prendendo atto con onestà del fallimento di alcune forme di
partecipazione: è sotto gli occhi di tutti la ridicola
partecipazione alle elezioni dei rappresentanti dei genitori nei
consigli di classe e d’istituto. Altro problema chiave per
l’esplicazione della funzione docente è collegato all’introduzione
della dirigenza scolastica, con il cosiddetto manager, funzione che
mal si concilia con l’esercizio della libertà di insegnamento. Va
riservata al collegio dei docenti l’elezione di un presidente del
collegio, una richiesta perfettamente inquadrabile nella divisione
avvenuta già altrove, tra le funzioni di gestione e quelle di
indirizzo, nella pubblica amministrazione.
Una valorizzazione della funzione docente è urgente proprio per
contrastare i tentativi striscianti di introdurre metodi unici
(dello stato o delle scuole) dannosi per le nuove generazioni che,
per essere libere, debbono essere formate in un ambito di libertà e
responsabilità.
Sicuramente un passo decisivo per la rimotivazione dei docenti
potrebbe essere, non quello di introdurre fantasiose carriere, di
solito basate su cose diverse dall’insegnamento, ma quello di
cominciare a riconoscere agli insegnanti il diritto a un contratto
specifico che li liberi dall’appiattimento sulle funzioni
impiegatizie. Questo vorrebbero ottenere tutti quei docenti che sono
fieri del loro ruolo.
12 settembre 2006
*Coordinatore nazionale Gilda