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Tra 10 anni in pensione un insegnante su tre
La previsione del ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca
contenuta nel rapporto «La scuola in cifre»; oltre 1/3 degli insegnanti
attualmente in servizio andrà in pensione. A lasciare la scuola, entro il 2014,
potrebbero essere più di 245mila docenti, vale a dire il 35% del totale
ROMA - Nel giro di dieci anni, oltre un terzo degli insegnanti italiani
attualmente in servizio andrà in pensione. A lasciare la scuola, entro il 2014,
potrebbero essere, infatti, più di 245mila docenti, vale a dire il 35% del
totale. Si stima che, rispetto ai circa 16mila insegnanti che si sono ritirati
nel 2004/2005, i pensionamenti aumenteranno mediamente di 2.000 l’anno, fino a
raddoppiare di qui al 2013/2014. Senza considerare i possibili effetti della
riforma previdenziale approvata nel 2004, che potrebbe portare a
un’accelerazione delle uscite negli anni precedenti la sua entrata in vigore. E’
la previsione del ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca, contenuta nel
rapporto «La scuola in cifre».
A causare il progressivo aumento dei pensionamenti, nei prossimi anni, è
soprattutto l’età elevata dei docenti in servizio. Con un’inversione di tendenza
rispetto allo scorso decennio quando, al contrario, si è assistito a una
graduale riduzione delle uscite, passate dalle 34 mila del 1996/1997 alle 15mila
del 2001/2002, anno dopo il quale di sono più o meno stabilizzate. Un andamento,
spiega il Miur, che «risente delle riforme previdenziali (quattro dal 1992 a
oggi), volte a prolungare la permanenza al lavoro». «Il progressivo innalzamento
dell’età e dell’anzianità contributiva richieste per andare in pensione
-sottolinea il rapporto- hanno determinato una graduale riduzione delle uscite
dei docenti per pensionamento».
Dei 245mila insegnanti che potrebbero andare in pensione nei prossimi dieci
anni, l’8,6% proviene dalla scuola dell’infanzia, il 28,8% dalla primaria, il
30,6% dalla secondaria di primo grado e il 32% da quella di secondo grado. In
particolare, 17.879 dovrebbero ritirarsi nel prossimo anno scolastico, 20.327
nel 2006/2007, 23.299 nel 2007/2008, 25.844 nel 2008/2009, 28.674 nel 2009/2010,
30.431 nel 2010/2011, 31.758 nel 2011/2012, 33.151 nel 2012/2013 e 34.106 nel
2013/2014.
Piuttosto disomogeneo, sul territorio nazionale, il rapporto tra il numero di
insegnanti in procinto di pensionamento e il totale dei docenti in servizio. A
guidare la classifica, tra le regioni italiane, è la Sardegna, con il 42,7% di
insegnanti che andranno in pensione nei prossimi dieci anni, a fronte della
media nazionale del 35%. La percentuale resta elevata anche in Molise (40,9%),
Basilicata (40,4%), Calabria (40,3%), Toscana (39,9%), Liguria (39,1%), Umbria
(38,4%), Abruzzo (37,8%) e Friuli Venezia Giulia (37,4%). Mentre si allinea alla
media nazionale per Marche (36,8%), Emilia Romagna (35,6%), Puglia (35,2%),
Piemonte (35,1%) e Lazio (34,6%). Le regioni dove, invece, meno insegnanti
usciranno dalla scuola sono il Veneto (33,2%), la Sicilia (32,3%), la Campania
(32,2%) e la Lombardia (30,9%), ultima in classifica con la minore incidenza di
futuri docenti pensionati.
Il numero degli insegnanti italiani, dunque, è destinato a calare. Tanto più se
si tiene conto che negli ultimi dieci anni i docenti delle scuole statali sono
diminuiti del 2%, passando dagli 820mila del 1995/1996 agli 805mila registrati
nel 2004/2005. Una contrazione che, però, si deve interamente ai docenti a tempo
indeterminato, che sono diminuiti di ben il 9% (da 768mila a 698mila), a causa
della mancanza di nomine in ruolo tra il 1990 e il 2000. Per i supplenti,
invece, si è assistito a un aumento, che li ha portati da 53mila agli attuali
107mila. Anche se bisogna tenere presente che i docenti a tempo determinato
possono avere un incarico annuale o non annuale e, in quest’ultimo caso, non
sempre vengono utilizzati per ricoprire un numero di ore corrispondente a un
posto full time.
I 107mila supplenti rappresentano il 13,3% del corpo docente. Il 4,2% ha
ricevuto un incarico annuale, mentre è più che doppia l’incidenza di coloro cui
sono state affidate sostituzioni per periodi più brevi (9,1%). Le supplenze
inferiori all’anno sono prevalenti in tutti gli ordini scolastici, ad eccezione
della scuola dell’infanzia, dove la quota degli incarichi annuali è maggiore
(8,8% contro 4,9%).
«La riduzione del personale docente a tempo indeterminato -spiega il Miur nel
rapporto- è connessa alle politiche di contenimento della spesa pubblica che, in
questi ultimi anni, hanno limitato le assunzioni nella pubblica amministrazione.
Nel settore della scuola, in particolare, è stata realizzata una
razionalizzazione delle cattedre che ha prodotto una riduzione dei posti». Negli
ultimi cinque anni, comunque, sono stati immessi in ruolo circa 74mila docenti,
«stabilizzando così -precisa il Miur- parte del personale precario e rispondendo
all’aumento della domanda di insegnanti indotto dai cambiamenti organizzativi in
corso (per esempio, introduzione della lingua straniera anche nei primi due anni
della scuola elementare, espansione della scuola dell’infanzia, nuova normativa
sul sostegno)».
Delle 74mila assunzioni effettuate tra il 2000/2001 e il 2004/2005, la maggior
parte ha riguardato la scuola secondaria di secondo grado (23.473), mentre
14.560 sono andate alla secondaria di primo grado, 13.992 alla primaria, 13.778
al sostegno e 8.646 alla scuola dell’infanzia.
La riduzione del corpo docente, rispetto al 1995/1996, riguarda tutti gli ordini
scolastici, ma è più marcata nella scuola secondaria di primo grado (-21,2%),
meno forte in quella primaria (-6,3%) e in quella secondaria di secondo grado
(-4,5%). Fa eccezione la scuola dell’infanzia, dove al contrario si è registrato
un aumento dell’1%. Un andamento, osserva il Miur, coerente con la dinamica
mostrata negli stessi anni dagli studenti, diminuiti in tutti gli ordini
scolastici, ad eccezione della scuola dell’infanzia.
Nel complesso, dei 698mila insegnanti di ruolo 234 mila appartengono alla scuola
primaria, 225mila alla secondaria di secondo grado, 164 mila a quella di primo
grado e 75mila alla scuola dell’infanzia. Quanto ai supplenti, invece, la quota
maggiore interessa la scuola secondaria di secondo grado (37mila), dove
rappresentano il 14,2% del totale dei docenti. Altri 29mila insegnanti a tempo
determinato si trovano, rispettivamente, nella secondaria di primo grado (15,2%
del totale) e nella primaria (11%). Sono 12mila, infine, gli addetti alla scuola
dell’infanzia (13,8%).
Nonostante il numero degli insegnanti sia in calo, le cattedre in Italia sono
ancora troppe. Almeno a giudicare dal rapporto tra studenti e docenti, tra i più
bassi in Europa e pari a 11 allievi per ogni insegnante (calcolando i posti in
organico). Una proporzione aumentata solo di un punto rispetto a dieci anni fa,
quando era di 10 a 1, e solo per l’andamento registrato nelle scuole superiori,
mentre non si segnala nel decennio alcuna variazione per gli altri ordini. Tra i
diversi livelli scolastici, comunque, il rapporto più elevato si riscontra nella
scuola dell’infanzia, con un insegnante ogni 12 bambini, mentre quello minimo è
relativo alla secondaria di primo grado (10 a 1).
Per rapporto tra docenti e studenti, l’Italia è fanalino di coda in Europa,
insieme al Portogallo, che detiene il record minimo (10 a 1). Il valore più
alto, invece, si registra nel Regno Unito, con ben 20 allievi ogni insegnante,
quasi il doppio che per un collega italiano. Elevato il rapporto anche in altri
Paesi, come Germania (16 a 1), Finlandia e Francia (entrambi 14 a 1) e Spagna
(13 a 1). Ma in Italia, avverte il Miur, «il tempo pieno e il tempo prolungato
sono assicurati dai docenti; all’estero, invece, si fa più spesso ricorso ad
altre figure professionali e non necessariamente a insegnanti».
Rispetto ai colleghi europei, inoltre, risulta più basso il numero di ore di
insegnamento «frontale» svolto dagli insegnanti italiani. Posto uguale a 100 il
valore delle ore nel nostro Paese, la media europea risulta superiore di 8 punti
percentuali nella scuola primaria, di 12 nella secondaria di primo grado e di 7
in quella di secondo grado.
Le differenze appaiono più sensibili nelle scuole primarie di Regno Unito,
Francia e Spagna, dove le ore di insegnamento superano quelle svolte in Italia
rispettivamente del 27%, 20% e 18%. Non mancano, tuttavia, alcune eccezioni. In
Finlandia, per esempio, i docenti insegnano in classe meno a lungo degli
italiani in tutti gli ordini di scuola.
Gli studenti italiani hanno, però, un carico di lezioni più elevato rispetto ai
loro coetanei europei. Questo vale per tutte le età fino a 15 anni. In
particolare, nella fascia 7-8 anni, posto pari a 100 il numero di ore di lezione
in Italia, la media europea risulta inferiore del 18%. Unica eccezione è il
Regno Unito, dove i bambini tra i 7 e gli 8 anni hanno un monte ore superiore
del 3% rispetto agli italiani.
Il rallentamento nel reclutamento dei docenti ha comportato anche una
contrazione delle leve giovanili. E, quindi, un aumento dell’età media degli
insegnanti, che si attesta oggi sui 48 anni, due in più rispetto al 1999/2000. I
docenti più anziani si trovano nelle scuole secondarie di primo grado (51 anni
in media), mentre i più giovani nella primaria (47 anni). Nel 2001/2002 la quota
degli insegnanti ultracinquantenni è del 34,5%, un dato che accomuna l’Italia ad
altri Paesi europei e che risulta inferiore solo alla Germania (43,3%). Fa
eccezione, in Europa, il Portogallo in cui, a seguito di politiche di
rinnovamento del corpo docente, la quota degli ’over 50’ scende al 16,1%.
«Sull’invecchiamento del corpo insegnante -spiega il Miur- hanno influito anche
le politiche pubbliche di controllo del disavanzo dello Stato, tese a limitare
le assunzioni nella pubblica amministrazione». Le nuove immissioni in ruolo
hanno contribuito solo parzialmente a uno svecchiamento del corpo docente. L’età
media dei nuovi assunti, nell’ultimo quinquennio, infatti, è di 39 anni, cinque
in più rispetto a quella del decennio precedente e ben 15 in più rispetto ai
neo-insegnanti di trent’anni fa.
In Italia, più che in altri Paesi europei, l’insegnamento è una professione
tipicamente femminile. Le donne, infatti, costituiscono il 75,4% del totale dei
docenti, la quota più alta fra gli Stati considerati (63,6% nel Regno Unito,
61,3% in Francia e Finlandia, 60,1% in Spagna, 56,8% in Germania). La loro
presenza, però, sottolinea il Miur, «diminuisce al crescere del livello
scolastico e, con questo, del prestigio attribuito all’insegnamento nei diversi
ordini di scuola». Si passa, infatti, dal 97,6% della scuola dell’infanzia al
59,3% della secondaria di secondo grado. Anche a livello europeo, il tasso di
femminilizzazione della popolazione docente diminuisce dalla scuola
dell’infanzia alle superiori, dove, in alcuni Paesi, non arriva neanche al 50%
(44,8% in Spagna e 37,6% in Germania).
Inoltre, è ancora basso il numero delle donne a capo di un istituto. Fra i
dirigenti scolastici, solo il 39,7% è costituito da femmine (3.200), anche se la
loro incidenza è aumentata rispetto al 37,7% del 1999/2000.
Sono circa 8 mila i dirigenti scolastici in Italia, nel 2003/2004, pari al 21%
in meno rispetto al 1999/2000. E il 70% ha oltre 55 anni (il 12% in più). Un
dato, osserva il Miur, che «risente sia del progressivo aumento dei
pensionamenti nella categoria, sia dell’entrata in vigore delle norme
sull’autonomia scolastica, che hanno indotto una riduzione delle istituzioni
scolastiche e, quindi, dei capi di istituto». Nel 2004/2005, però, sono stati
assunti circa 1.200 dirigenti e altri 1.500 lo saranno quando sarà concluso il
concorso ordinario bandito nel 2004.
Quanto al personale
amministrativo, tecnico e ausiliario (Ata), nel 2003/2004 è costituito da circa
253mila unità. Un «esercito» cresciuto del 66% rispetto al 1999/2000, per
effetto soprattutto della legge 124 del 1999 che ha disposto, a partire dal
2000, il passaggio allo Stato del personale non docente fino a quel momento alle
dipendenze degli enti locali. L’incremento maggiore si registra per il personale
non di ruolo, che passa dal 14% al 28%. Anche tra gli Ata, le donne sono in
netta maggioranza (61,6%) e la loro presenza è aumentata del 45% negli ultimi
cinque anni. Gli «over 50», poi, sono oltre la metà, una quota più elevata
rispetto al 1999/2000. Aumentato, infine, il rapporto tra personale docente e
non, passato da 19 a 30 non docenti ogni 100 insegnanti tra il 1999/2000 e il
2003/2004.
28 agosto 2005