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Diritto al rovescio
Non passa giorno senza che si debba commentare una sentenza fuori dal mondo.
Questa è della Cassazione: se un professore cerca di strappare il telefonino a
una studentessa strafottente che si rifiuta di spegnerlo durante le lezioni è
colpevole di tentata violenza privata e va condannato a una multa e al pagamento
delle spese processuali, oltre che al possibile risarcimento danni per la
«sensazione dolorifica» che la povera ha avvertito mentre quel bruto le toccava
il polso, tirandole inavvertitamente un piercing.
Non occorre ubriacarsi di fantasia per ricostruire la scena, ribadita peraltro
da tutti gli studenti: prof depresso che fa lezione a una platea di sbadigli, in
un sottofondo di suonerie e di sms. Davanti all'ennesimo oltraggio si lascia
sfuggire una reazione infelice, ma talmente innocua che il cellulare resta in
mano a Sua Insolenza. A lui in compenso arriva la condanna, sia pure attenuata
rispetto all'Appello, che per il pericoloso criminale aveva configurato
addirittura il reato di percosse. D'ora in poi i professori avranno un'ottima
ragione per avallare l'anarchia in classe.
Può darsi che condannare chi cerca di far lezione e risarcire chi glielo
impedisce rappresenti una soluzione tecnicamente ineccepibile, un po' come
scarcerare gli assassini di Falcone e rinviare a giudizio gli ammanettatori di
Riina. Ma esiste un codice non scritto che tiene insieme le società più di cento
Costituzioni. Si chiama senso comune e in certe epoche storiche, per esempio
questa, troppi cervelli sembrano averlo smarrito.
Massimo Gramellini
24 febbraio 2005