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La mia storia di maestra “flambè”
Premessa introduttiva
Ho cominciato ad insegnare a vent’anni: vinto il primo ed unico concorso, sono
entrata di ruolo nella scuola elementare, isola felice del sistema scolastico
italiano! L’entusiasmo è sempre stato la caratteristica del mio essere maestra:
stupore e meraviglia di fronte alla realtà mi hanno accompagnato nell’
affascinante avventura scolastica insieme ai bambini che la Provvidenza mi
faceva incontrare e con i quali ho vissuto quasi trent’anni della mia vita.
Non ho conosciuto molte scuole: dopo qualche anno di "servizio militare" fuori
Milano, un paese che raggiungevo con le ferrovie Nord, ho chiesto ed ottenuto il
trasferimento per avvicinamento al coniuge. Avevo 24 anni quando sono giunta, a
mia insaputa, nella scuola più bella del mondo!
Il giovane direttore arrivava in bicicletta come me: mi ha fatto da padre per
vent'anni. Infatti il mio era morto travolto da un camion quando ne avevo 17 e a
quell'età desideravo diventare hostess…Tutti sapevano che la scuola del dott.
E.M. era faticosa perché il Capo pretendeva molto, chi chiedeva la nostra sede
era presto messo al corrente del rischio; la maggior parte si è sempre
dichiarata soddisfatta. Il Direttore sapeva ascoltare tutti!
La fama di scuola modello si era diffusa per l'intera Città ed anche
dall'hinterland arrivavano"utenti", gli iscritti aumentavano ogni anno. Gli
insegnanti poco motivati scappavano e quelli che non avevano voglia di lavorare
venivano invogliati ad andarsene con stratagemmi molto intelligenti. Scuola
selettiva? Forse, ma i nostri ragazzi emergevano sia alle medie, sia alle
superiori e molti anche all'Università.
La comunità scolastica, compresi i commessi -ex bidelli- e la segreteria,
funzionava a meraviglia: accoglienza ed efficienza si fondevano armoniosamente e
le famiglie collaboravano volentieri a tutte le iniziative "sacrificando" serate
di intenso lavoro a scuola per preparare feste insieme agli insegnanti, in un
clima che non dimenticherò facilmente.
Devo ammettere che per vent' anni la scuola è stata la mia grande famiglia: mio
marito accettava volentieri -un paio di divorzi rischiati- e scherzava coi
ragazzi, ormai i figli erano cresciuti; la scuola era la mia seconda casa e le
varie attività sempre gratificanti. Tutto ciò che facevo, anche gratis, era per
mia soddisfazione, non per generica dedizione all'Istituzione!
L'orchestra scolastica, accordati gli strumenti nell'ascolto reciproco, suonava
una gradevole melodia che piacevolmente udiva chi entrava anche una sola volta…
Orfana per la seconda volta
Purtroppo però "tutto scorre" e, con gran dispiacere della famiglia scolastica,
si dovette fare a meno del Nostro Direttore, la cui presenza era stata
determinante nella quotidianità del lavoro di ognuno. Quando ciò accadde, cinque
anni fa, terminavo la V di un ciclo difficile: un bimbo Down molto simpatico e
un ipercinetico, logorroico, figlio di un carcerato e di una "santa donna".
Da anni ormai ero costretta al tempo pieno, infatti la "vecchia scuola" del
mattino, qui a Milano, era definitivamente tramontata e i genitori chiedevano di
lasciare i loro figli l'intera giornata. Non tutte le mamme lavoravano, ma la
buona nomea della scuola, dotata di laboratori e palestre, aveva convertito
anche le poche casalinghe alla scelta migliore; sopra la testa dei numerosi
bambini incapaci di reggere le otto se non dieci ore, comprensive di pre e post
scuola, dalle 7,30 alle 17,30!
Dal Centro V., messi a conoscenza delle nostre valorose performances, ci arrivò
DT, il caso più grave dell'annata. Il nuovo Direttore ci coprì di attenzioni, ma
la bambina aveva due anni di testa e si comportava come tale…Sarebbe bastato
lasciarla a scuola un po' meno, riprenderla al termine del gioco pomeridiano
alle 14,30! Ma no! I diritti acquisiti in Italia, terra ospitale, non si
discutono: peccato che le ins. di sostegno "coprivano"solo 20 ore settimanali su
40 della sua permanenza a scuola! Stando insieme agli altri, la bambina
indubbiamente aveva acquisito una migliore autonomia nella deambulazione, ma a
volte i compagni lamentavano i suoi morsi.
Infatti l'alunna BC, a seguito di un morso sul braccio, "conquistato"
repentinamente alla presenza della supplente, si è trasferita a malincuore in
una scuola privata in IV e mi chiedo se l'inserimento di bambini disabili gravi
non sia per caso da riorganizzare in modo più rispettoso dei diritti di tutti,
anche dei bambini "normali"?! Ho letto che nel resto d'Europa la legislazione è
molto diversa, perché non far tesoro delle positive esperienze di Stati
decisamente più avanzati di noi?
Da sei anni lavoravo con la stessa collega alla quale avevo dovuto fare da tutor
qualche anno prima: aveva solo tre anni meno di me e proveniva da altra scuola.
Scoprii che aveva serbato invidia nei miei confronti a causa del tutoraggio
coatto e appena potè me la fece pagare…
E pensare che durante le settimane di Scuola Natura, al mare o in montagna,
condividevamo come sorelle, oltre alla stanza, gioie e dolori, soddisfazioni e
inquietudini dei nostri bambini che praticamente crescevano con noi.
Arrivate però quasi alla meta, avevamo finito col capirci poco e ci
confrontavamo ancora meno sulle fatiche di una classe sempre più difficile di
altre: ognuna aveva il "suo programma" e il tempo per parlare non c'era quasi
mai. O forse non sapevamo trovarlo, ora ne sono convinta. Lei si occupava di
lingua italiana e storia, io di matematica e scienze, punto.
Ricordo di aver cominciato a perdere un po' di grinta dopo l'inserimento di ben
due bimbi Rom in seconda; al termine dell'anno però il Direttore ne "spostò" uno
nell'altro plesso per giustizia. Naturalmente ci lasciò il più problematico che
cresceva secondo la propria cultura…
In terza arrivò un nuovo Preside di scuola media che ci fece ritrovare l'armonia
di un tempo ma, nonostante chiedesse di restare, venne sostituito da un
Dirigente che già al primo Collegio ci informò dei "suoi guai" nella la
precedente scuola, articoli di giornale compresi.
Il Dirigente Scolastico è responsabile di tutto ciò che accade nella scuola,
compreso quello che probabilmente nemmeno sapeva.
Sicchè il malcapitato, peripatetico e inquieto riuscì in pochi mesi:
- a mettere in agitazione la segreteria che non sopportava più ins. tra i piedi,
- a rendere definitivamente inefficienti i pochi commessi che ancora si
salvavano,
- a moltiplicare le assenze degli ins. -soprattutto di sostegno- senza supplenti
fino a 5 gg. di malattia: provare per credere!
- a vanificare il lavoro del precedente Preside che era riuscito a ricomporre un
"clima di ascolto positivo e accogliente" tra famiglia e scuola,
- a far scappare letteralmente alcuni collaboratori davvero meritevoli che
preferirono chiudersi nelle proprie aule.
Solitudine
Cominciai a sperimentare la mancanza di forze già all'inizio della V e come se
non bastasse TD, il nomade ormai dodicenne e alquanto navigato, a tavola
raccontava certe esperienze coi fratelli maggiori nei vari locali…Mi derideva e
spesso minacciava anche i compagni, -magari scherzava- ma io avevo paura ad
andare a scuola, ogni giorno mi sforzavo di non pensarci e tornavo più
amareggiata; era notevolmente "cresciuto" e più grande rispetto agli altri
maschietti ancora bambini.
Soffrivo da anni di terribili mal di schiena: una grossa protusione pareva la
causa di tutto. Assumevo ormai da mesi Voltaren retard che funzionava come droga
quotidiana; probabilmente mi "dopavo" quasi come i ciclisti. Credevo di avere l'Alzheimer,
non so più per quale sintomo.
A casa non sapevano più cosa pensare: mio marito da tempo mi consigliava di
assentarmi per un lungo periodo, ma c'erano gli altri bambini e anche lui capiva
che non era facile. I miei figli mi vedevano quasi sempre sdraiata col cuscino
sotto la schiena e reagivano malamente quando constatavano che ero andata
comunque a scuola; la solita fanatica, non ti daranno la medaglia, nessuno è
indispensabile, pensa a curarti ci sono le supplenti, lascia che si arrangi il
Direttore e via discorrendo.
Ma io volevo nascondermi e desideravo la solitudine più di ogni altra cosa, non
dormivo quasi più per le sopraggiunte "scalmane", per la serie i guai non
arrivano mai da soli.
Mio figlio aveva persino portato a casa una micina per rimettermi in sesto con
la pet terapy. In qualche modo cercava di consolarmi, ma la vita non aveva più
senso e il Capo mi chiedeva di "tirare avanti ancora un po'".
Impossibile anche comunicare col Padreterno a chi affidare le mie difficoltà?
L'ultimo sforzo, andare in Provveditorato e dire a qualcuno che non ce la facevo
più e temevo il peggio anche in automobile per gli attacchi di panico
improvvisi. Pioveva e il cuore era a pezzi per la vergogna di esternare simili
pensieri, una maestra! L'incaricata mi suggerì di chiedere la Visita
Collegiale?!
Non ero mai stata in crisi come allora e la signorina me l'aveva letto negli
occhi. Anche se non capii scrissi tutto e in segreteria compilai la domanda
sotto lo sguardo attonito di chi mi conosceva da una vita.
Riuscii a ricominciare la scuola dopo le vacanze di Natale: avevo organizzato da
mesi l'uscita al Planetario che in V è fondamentale per affascinare i ragazzi
all'Astronomia, scienza antica come il mondo; suscita emozioni incredibili la
volta celeste in movimento: guadare le stelle e chiedersi come il Pastore
errante dell'Asia "…a che tante facelle?" Domande esistenziali di una maestra
che non avrebbe accompagnato i suoi scolari agli esami con la morte nel cuore e
gli occhi pieni di lacrime…
Epilogo
Di lì a pochi giorni, la Visita Collegiale: cosa potevano capire sette medici
sempre chiusi in un luogo così freddo?! Continuavo ad andare a scuola per forza
d'inerzia, per terminare il programma, per i miei scolari che, a volte, si
accorgevano degli occhi lucidi della maestra Anna…bastava poco per sentire il
nodo alla gola e a stento trattenevo le lacrime.
Il loro affetto ed anche la riconoscenza di tanti genitori, mi sostenevano, non
era il caso di assentarmi. Andavo bene così, un po' più triste del solito, ma
pur sempre laboriosa e attenta ai loro progressi, pronta a farli giocare in
palestra o in giardino, se solo non pioveva! "Le supplenti ci tengono sempre
seduti durante la ricreazione!" Questi i miei pensieri prima di entrare a dire
che? Da che parte cominciare, perché ero lì?!
Ma avevo sottovalutato la componente umana dei medici che invece dimostrarono di
capire benissimo e mi invitarono a tornare: il problema non era solamente
fisico, c'era dell'altro da curare! Dovevo solo sentirmelo dire da un'estranea,
la dottoressa presidente di Commissione suppongo, aveva colto in poche battute
il vero disturbo: la depressione.
Svuotai il sacco col neurologo amico di famiglia e molto paterno. Mi conosceva
da anni e sapeva che ero piuttosto forte di carattere, spalle larghe, niente mi
scoraggiava. Con lui ho sempre "lavorato" per arginare la pressione materna e
lasciar vivere in pace mio fratello e la sua famiglia. Ma quella volta dovette
darmi antidepressivi e ansiolitici, ormai ne avevo bisogno: avevo toccato il
fondo non c'era dubbio, mi ero accorta di non essere più la stessa, non era solo
questione di età.
Il mondo era tutto più grigio e la maestra sorridente che tutti conoscevano,
dov'era finita? Perché nulla aveva più senso, ovunque mi sentivo un' estranea e
provavo tanta vergogna?
Andai alla seconda Visita e questa volta il dott. Lodolo D'Oria non mi chiese
più di "stringere i denti" anzi, forse per consolarmi, mi diede "Il sole 24 ore"
che riportava il suo Studio Getsemani. Non ero l'unica ins. in crisi e la
lettura mi confortò! Anche il Maestro, nell' orto degli ulivi, si era sentito
solo, abbandonato da tutti, in preda all'angoscia proprio come me. Quell'incipit,
all'inizio di uno studio scientifico, mi fece decidere a scrivergli per
ringraziarlo.
Mi rispose invitandomi al suo Corso FSE di Prevenzione del burnout degli ins.:
se già dopo tre mesi potei gradualmente diminuire i farmaci fino ad annullarli,
è senz'altro merito di partecipanti e relatori di quel Corso che mi fecero
ritrovare la gioia di vivere e studiare per l'esame!
Attualmente sono in pensione e, confortata dal placet dell'oracolo-così mio
marito chiama il neurologo- ho deciso di impegnarmi nella diffusione della
ricerca del medico INPDAP Città di Milano. Da quanto apprendo molti ins. stanno
attraversando proprio ciò che è già accaduto a me.
Anche la Formazione dei nuovi docenti non può più prescindere da quest'aspetto e
la psicologa M.B., conosciuta al Corso, mi ha coinvolta in una lezione alla
Bicocca in qualità di esperta, libera di decidere se raccontare o meno la mia
amara esperienza. I numerosi neolaureati, già superata la SSIS, hanno dimostrato
interesse intervenendo con numerose domande ed ora mi scrivono mail.
Non avevo mai pensato di scrivere la mia storia, ma ora capisco che mi
piacerebbe scambiarla con altri che stanno provando lo sconforto che, purtroppo,
conosco bene: sentirsi ormai inutili e soli, non riuscire più a comunicare,
detestare la professione che prima amavi tanto!
Ho imparato che occorre chiedere aiuto al momento opportuno prima di
precipitare! Sono consapevole che se anche la mia emotività è ormai
definitivamente compromessa, ciò che è invece cresciuta è la carica umana, la
determinazione a non perdere l'occasione per dichiarare che la sconfitta…col
tempo, mi ha resa più attenta e partecipe dell'esperienza di altri "bruciati"
come me.
A.D.G. Milano, febbraio 2004 e-mail
adige@fastwebnet.it
La vecchia anfora
di Guglielmo Campione
Ogni giorno, un contadino portava l'acqua della sorgente al villaggio in due
grosse anfore che legava sulla groppa dell'asino, che gli trotterella va
accanto.
Una delle anfore, vecchia e piena di fessure, durante il viaggio perdeva acqua.
L'altra, nuova e perfetta, conservava tutto il contenuto senza perderne nemmeno
una goccia. L'anfora vecchia e screpolata si sentiva umiliata e inutile, tanto
più che l'anfora nuova non perdeva occasione di far notare la sua perfezione:
" Non perdo neanche una stilla d'acqua, io!".
Un mattino, la vecchia anfora si confidò con il padrone:
"Lo sai, sono cosciente dei miei limiti. Sprechi tempo, fatica e soldi per colpa
mia. Quando arriviamo al villaggio io sono mezza vuota. Perdona la mia debolezza
e le mie ferite."
Il giorno dopo, durante il viaggio, il padrone si rivolse all'anfora screpolata
e le disse:
"Guarda il bordo della strada".
"Ma è bellissimo! Tutto pieno di fiori!" rispose l'anfora.
"Hai visto? E tutto questo solo grazie a te!" disse il padrone.
"Sei tu che ogni giorno innaffi il bordo della strada. Io ho comprato un
pacchetto di semi di fiori e li ho seminati lungo la strada, e senza saperlo e
senza volerlo tu li innaffi ogni giorno". La vecchia anfora non lo disse mai a
nessuno, ma quel giorno si sentì morire di gioia. Siamo tutti pieni di ferite e
screpolature, ma se lo vogliamo possiamo fare meraviglie con le nostre
imperfezioni.